Per definizione il caregiver è una persona che svolge attività di aiuto e assistenza, sia a titolo gratuito nella vita quotidiana ad un proprio congiunto, sia a livello professionale a persone non autosufficienti, con problematiche dovute all’anzianità, disabilità o patologie.
Per chi – come me – è mosso da un sentimento e da un legame familiare, essere caregiver è una missione: prendersi cura di un familiare va oltre quelli che sono gli obiettivi lavorativi (come può essere per un medico o un infermiere), ma è proprio un modo d’essere. Per poter essere un caregiver, molto spesso bisogna accantonare quelli che sono lavoro e passione per potersi dedicare al 100%, 7 giorni su 7, 24 su 24 alle cure verso il proprio familiare.

La dedizione completa e l’esserci sempre sono compiti importanti ed impegnativi: le responsabilità sono molte e quasi sempre ci si ritrova a doversi sostituire completamente alla persona che abbiamo in cura, mettendo al primo posto le sue necessità e le sue responsabilità. Cosa succede, però, quando il caregiver è a sua volta malato, ha un lavoro, una famiglia o studia? Come si fa quando, a vita già avviata, decidi di occuparti di un familiare? Cosa succede quando i tuoi bisogni e le tue necessità vengono eclissati da quelli di altri?
É proprio quello che vi racconterò.
La mia storia da caregiver: io sono Martina
Mi chiamo Martina e sono una malata cronica, una lavoratrice e una studentessa. Dunque, possiedo necessità fisiche e mediche, delle scadenze universitarie e ambizioni lavorative ben salde da tempo, ma sono anche una caregiver e per poterlo essere ho dovuto stravolgere la mia vita, ridimensionando quelli che erano gli obiettivi principali.
Occupandomi h24 di mia madre, disabile al 100% e con necessità mediche importanti, ho per prima cosa dovuto lasciare il mio lavoro: esercitandolo per diversi mesi all’anno lontana da casa, occuparmi di lei mi sarebbe stato impossibile. Per questo motivo ho optato per la sospensione momentanea del mio lavoro per potermi dedicare a lei totalmente; eppure, non lavorare – si sa – non porta grossi benefici.

Approfittando della DAD, ho potuto frequentare l’Università tranquillamente da casa, avendo la possibilità di organizzarmi al meglio con le lezioni e gli esami così di raggiungere obbiettivi importanti. Tuttavia, ora che sono al terzo anno, il tirocinio è dietro l’angolo e la mia paura è quella di non riuscire ad organizzare le giornate, in modo da incastrare lavoro, studio e compiti da caregiver.
Per quanto riguarda le mie malattie, ho importanti ripercussioni fisiche: stanchezza, dolore cronico e invalidante, forti emicranie, il peso delle terapie che spesso fatico a tollerare, senza trascurare poi le visite continue e i giorni in cui proprio fatico a reggermi in piedi.

Come si fa in questi casi, quando le mie necessità dovrebbero essere al primo posto e invece troppo spesso mi ritrovo a dimenticarle? Come si fa quando il senso di colpa cresce, la paura di deludere, la paura di non riuscire
a dare a mia madre tutte le attenzioni di cui ha bisogno?Le domande nella testa si moltiplicano: “Starò facendo bene?”, “Posso fare di più?”, “Domani come sarà?”.
Si tratta di domande che portano a noi caregiver insicurezza, paura e disagio. Spesso vorremmo fermarci anche noi un momento e dedicarci a ciò di cui abbiamo bisogno noi: basterebbe anche solo poter dire “oggi mi fermo, riprendo domani”. Nonostante sia difficile, per coloro che hanno la responsabilità della cura di una persona non sempre è semplice ritrovare del tempo per se stessi.
Eppure, la forza di ritrovarsi non deve mai mancare: ti fermi, fai un respiro e ricominci. Puoi ricominciare grazie agli occhi di chi ti guarda, ai piccoli traguardi che insieme al tuo assistito raggiungi. Si va avanti, perché sapere che si sta facendo del bene è rassicurante e fa dimenticare tutta la fatica e i giorni no. Si trovano i giusti incastri e si chiede aiuto.
Qualche consiglio? Occorre non sovraccaricarsi ma distribuirsi i compiti per poter dare un aiuto efficace e completo. É bene ricordare che, per quanto difficile sia il compito del caregiver, è decisamente una scelta dignitosa e rispettosa: scegliere di occuparsi di qualcuno non autonomo è una forma di solidarietà grandissima. É speciale. É amore. E non c’è niente di più puro.
Avere cura del prossimo è la migliore dichiarazione d’amore per se stessi e per il mondo: ne abbiamo parlato anche in uno scorso articolo, in cui si legge una citazione di Baricco: “Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale.”

