Sentimental Value è un dramma domestico, ambientato essenzialmente in una casa dove si radicano – come fondamenta – i conflitti e i dolori di una famiglia. Le scene iniziali del film mostrano una dimora che scricchiola, in cui si accumulano silenzi e grida di una coppia in procinto di separarsi, fino al momento in cui lui, Gustav, brillante regista pieno di sé, lascia la casa.

Le radici di un trauma
La storia prende corpo quando le sue figlie, Nora e Agnes, durante la veglia per la morte della madre, incontrano dopo tanti anni il padre. Le sorelle, pur essendo molto legate tra loro, si mostrano agli antipodi: Nora è un’attrice teatrale, sensibile e tormentata, ancora evidentemente segnata dal dolore e dalla primaria ferita narcisistica. Tanto è vero che spesso, prima di andare in scena, soffre di attacchi di panico.
Secondo Kohut, durante l’infanzia i genitori fungono da “oggetto sé”, cioè da specchio emotivo che rispecchia e conferma l’identità del bambino. La mancanza di questo rispecchiamento, specialmente da parte della figura paterna, può lasciare cicatrici narcisistiche profonde: nel caso di Nora, questa mancanza si manifesta nella paura del pubblico, che diventa un confronto emotivo temuto perché incapace di restituirle conferme sicure.
Agnes, secondogenita, per quanto segnata da quell’abbandono, sembra aver sviluppato invece un Sé coeso: ha messo su famiglia, ha un figlio e un impiego stabile come ricercatrice universitaria.
Gustav tenta un avvicinamento con Nora, proponendole di recitare nel suo nuovo film, scritto e pensato appositamente per lei: non è chiaro se lo faccia per provare a riparare l’antica ferita o, molto più probabilmente, per sfruttarla e alimentare il proprio ego. Nora, dal canto suo, rifiuta brutalmente, ancora scossa e profondamente segnata da quel dolore che non ha mai davvero smesso di abitare il suo presente.
A quel punto Gustav, durante una sua retrospettiva, conosce un’attrice americana di grande fama e pensa subito a lei per il ruolo di protagonista. Si scopre poi che il film sarà ambientato proprio nella famosa casa e che la storia della protagonista è ispirata alla madre di Gustav, morta suicida quando lui era bambino proprio tra quelle mura.
Senonché l’attrice americana, nel prosieguo della narrazione, si rende progressivamente conto di non essere all’altezza del ruolo, che sembra scritto apposta perché lo interpreti Nora, come se il personaggio appartenesse già al suo corpo e alla sua memoria. Alla stessa conclusione arriva anche sua sorella Agnes, dopo aver letto con attenzione il copione.
Il dialogo tra Nora e Agnes: consapevolezza e cura
In una scena cruciale e particolarmente intensa, le due sorelle si incontrano e, dal loro dialogo, emerge che anche Agnes aveva tentato il suicidio, un gesto rimasto nell’ombra e di cui il padre non era mai venuto a conoscenza, elemento che finisce per rendere ancora più saldo il legame tra la storia di Nora e quella di sua nonna raccontata nel film.
Le due si confrontano allora su come l’infanzia condivisa abbia agito in modo diverso su entrambe: se Agnes appare più integra, capace di costruirsi una stabilità – ha messo su famiglia, si è “accasata”, termine che richiama non a caso il motivo della casa, centrale fin dall’inizio del film come luogo di radicamento ma anche di trauma – Nora invece resta disgregata, ancora schiacciata dall’abbandono subito, una ferita originaria che continua a farla soffrire e a condizionare la sua vita emotiva.
Personalmente, viene da leggere in questa dinamica il ruolo del primogenito come una sorta di parafulmine, costretto ad assorbire tensioni e conflitti familiari; ma è Agnes stessa a restituire al rapporto una luce diversa, riconoscendo come Nora da bambina le sia sempre stata accanto, prendendosi cura di lei e supplendo così alle assenze genitoriali. È proprio in questo riconoscimento che comincia ad annidarsi, per Nora, il germe di una nuova consapevolezza e forse di una possibile ripresa.

Il finale: tra psicodramma e abreazione
Si arriva così alla scena finale. Nora, insieme a un bambino, suo nipote, si trova all’interno della casa. Predispone la scena di un suicidio nello stanzino, pronta a togliersi la vita proprio come aveva fatto sua nonna. L’azione viene però interrotta dal rientro del bambino, che torna in casa perché si è dimenticato il cellulare. Nora rientra nello stanzino e si appresta nuovamente a compiere il gesto, ma proprio in quel momento emerge che, in realtà, si tratta della scena finale del film scritto da suo padre.
Una scena emblematica, interpretabile come uno psicodramma che aiuta a spezzare le catene di un trauma forse intergenerazionale. Nora rimette in scena il proprio dolore e, al tempo stesso, quello della nonna, trasformando vissuti, impulsi ed emozioni in gesti e comportamenti che li rappresentano e, allo stesso tempo, li trascendono. In questo modo si realizza anche un insight per il padre, che rivive una scena probabilmente mai elaborata del suo passato. È una salvifica abreazione, per dirla con Freud: attraverso questo rivivere del trauma, Nora e suo padre ritrovano il senso di stare insieme e di volersi bene, sperimentando una condivisione che li aggiusta e li ricuce.

