17 Maggio – Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia, la transfobia (IDAHOBIT)
17 Maggio – Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia, la transfobia (IDAHOBIT)

17 Maggio – Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia, la transfobia (IDAHOBIT)

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Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) eliminò definitivamente l’omosessualità dall’elenco delle patologie mentali, evidenziando che l’orientamento sessuale è una variante naturale della sessualità umana. Questa decisione segna una svolta storica: fu il frutto di un lungo e difficile processo di riflessione e revisione culturale e scientifica, che iniziò già negli anni ’70 con l’American Psychiatric Association (APA), ma che trovò pieno riconoscimento internazionale solo negli anni ’90. La depatologizzazione dell’omosessualità rappresentò, infatti, molto più di una modifica dei sistemi nosografici: fu il simbolo di un cambiamento radicale nella comprensione della sessualità umana.

Introduzione: dalla patologizzazione alla comprensione dell’identità sessuale

A partire da queste conquiste il mondo della salute mentale, e non solo, ha iniziato a interrogarsi in modo più profondo e rispettoso sull’ identità sessuale, dando vita ad un modello complesso e articolato – in cui coesistono dimensioni biologiche, psicologiche, affettive, culturali – capace di rispecchiare la diversità delle esperienze umane al di là di rigide categorie binarie o normative.

È per questo che a partire dal 2007, in ricordo di questo importante traguardo e in risposta al persistente stigma contro cui ancora oggi lottiamo, il 17 maggio di ogni anno si celebra in Europa la Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Bifobia e la Transfobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia, Transphobia).

Questa giornata rappresenta un’occasione fondamentale per promuovere diritti umani, consapevolezza e visibilità, e per contrastare attivamente ogni forma di discriminazione legata a all’orientamento sessuale e/o all’identità di genere.

Cosa intendiamo per identità sessuale?

Ogni persona è un insieme complesso e unico di caratteristiche, passioni, sogni, esperienze e appartenenze.

L’identità è ciò che siamo: include il nostro nome, le cose che ci piacciono, il modo in cui ci relazioniamo, ma anche il modo in cui ci percepiamo e siamo percepiti dagli altri.

Ha infatti a che vedere sia con il proprio Sé personale che con il Sé sociale, ovvero con il senso e la consapevolezza di sé come essere distinto, ma anche in relazione con gli altri. Non è qualcosa di fisso, dunque, ma un mosaico di caratteristiche in continua evoluzione.

Di conseguenza, l’identità sessuale è solo una delle varie dimensioni che costituiscono la nostra identità e che contribuiscono a definire chi siamo sul piano corporeo, psicologico, relazionale e sociale. A sua volta, l’identità sessuale è costituita da diverse componenti strettamente interconnesse che, sebbene spesso utilizzate erroneamente come sinonimi, sono diverse e indipendenti tra loro:

Le componenti dell'identità sessuale

1. Sesso biologico: tra biologia e variabilità naturale

Il sesso biologico fa riferimento alle caratteristiche anatomiche, genetiche, biologiche e ormonali (organi riproduttivi interni e esterni, ormoni e cromosomi) con cui ciascuna persona nasce e/o che si sviluppano nel corso della vita.

  • Le caratteristiche del sesso biologico maschile includono: pene, testicoli, configurazione cromosomica XY e produzione predominante di testosterone.
  • Le caratteristiche sessuali biologiche femminili includono: vulva, ovaie, cromosomi XX e produzione predominante di estrogeni.

Il sesso viene generalmente assegnato alla nascita in base all’aspetto dei genitali esterni (maschile o femminile). Tuttavia, questa classificazione binaria non è esaustiva. Circa l’1,7% delle persone sono infatti intersessuali, il che significa che nascono con caratteristiche anatomiche, ormonali e/o genetiche che non sono completamente ascrivibili agli schemi dicotomici femminili o maschili, oppure possono avere una combinazione di caratteristiche tipiche di entrambi. Ci sono, infatti, molte forme di intersessualità: si tratta di un ampio spettro di variazioni delle caratteristiche del sesso (“Variations of Sex Characteristics“, VSC).

Spesso, purtroppo le persone intersessuali sono ancora oggi sottoposte a procedure mediche invasive e spesso irriversibili, come interventi chirurgici o trattamenti ormonali, già nei momenti immediatamente successivi alla nascita al fine di “normalizzare” i loro corpi affinchè possano essere reinseriti all’interno delle categorie binarie attese. Tali procedure costituiscono una grave violazione dei diritti umani, poichè spesso non giustificati da necessità relative alla salute e privi del consenso della persona interessata, non rispettando il suo diritto all’autodeterminazione. Tuttavia, nonostante gli organi delle Nazioni Unite abbiano espresso numerose volte la loro disapprovazione, insieme alla condanna dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2013, ad oggi sono ancora pochi gli Stati che proibiscono esplicitamente interventi non necessari sulle persone intersex.

Inoltre, come vedremo, il sesso biologico rappresenta una componente indipendetemente che non determina né l’identità di genere, né l’orientamento sessuale di una persona.

2. Identità di genere: chi sento di essere

L’identità di genere è la consapevolezza psicologica profonda di una persona di appartenere ad un determinata categoria correlata al genere. È il modo in cui una persona percepisce sé stessa e si riconosce nello spettro del genere, indipendentemente dal sesso assegnato alla nascita. Sebbene cresciuti all’interno di un contesto socio-culturale in cui il genere è normalmente costruito e inteso in senso binario, in realtà si tratta di una dimensione molto più complessa che può essere posta lungo un continuum di cui “uomo” e “donna” costituiscono solo i due estremi. Si tratta, dunque, di una dimensione psicologica che si interseca, ma va oltre la dimensione fisica e biologica legata al sesso.

  • Quando il genere delle persone si allinea con il sesso che è stato loro assegnato alla nascita (genere donna/sesso femmina o genere uomo/sesso maschio), si parla di identità cisgender.
  • Quando, invece il genere delle persone si discosta dal sesso loro attribuito sulla base delle caratteristiche biologiche e genitali, si parla di identità transgender.

“Transgender” è un termine politico, cioè autoassegnato, in contrapposizione al termine “transessuale” che ha un’origine medica psichiatrica, spesso patologizzante. Spesso si utilizza, inoltre, il termine Trans* come termine ombrello più ampio, in grado di includere coloro che trascendono i confini binari di sesso e genere, non riconoscendosi in precise categorie e definizioni.

Tra le transidentità, infatti, è possibile trovare anche:

  • identità Agender, ovvero coloro che non si identificano con nessun genere;
  • identità Bigender ovvero coloro che si identificano a volte come uomo e a volte come donna, oppure come due generi contemporaneamente;
  • identità Pangender, Genderfluid, Non Binary o Genderqueer o molte altre, che possono collocarsi in diversi punti al di fuori o all’interno del continuum, superando il binarismo di genere.

Le persone Trans* non sempre vivono una condizione di disagio o di sofferenza a causa dell’incongruenza tra il proprio genere e il sesso assegnato al momento della nascita. Tuttavia, quando ciò accade, a causa delle pressioni ciseteronormative e delle rappresentazioni ed aspettative dominanti nel contesto in cui vivono, possono avvertire la necessità di ricorrere a percorsi di affermazione più o meno medicalizzati per ridurre il grado di disforia esperita.

È importante anche il linguaggio utilizzato: ricordiamoci che il termine “trans*” e tutte le sue diverse declinazioni è un AGGETTIVO che accompagna ed arricchisce l’identità della persona, e non un SOSTANTIVO che rischia invece di sostituirla, oggettivandola ed invisibilizzandola. Parliamo quindi di un “uomo trans” per riferirci ad una persona di genere maschile, assegnata femmina alla nascita (AFAB), che utilizza generalmente pronomi maschili (“lui”). Parliamo invece di una “donna trans” per riferirci ad una persona di genere femminile, assegnata maschio alla nascita (AMAB), che utilizza generalmente pronomi femminili (“lei”).

Infine, possiamo utilizzare l’espressione “persona trans”, per coloro che sperimentano in diversi modi un genere non binario, indipendentemente dal sesso biologico, e che utilizzano generalmente pronomi neutri, se non diversamente specificato dalla persona.

Pertanto, dovremmo cominciare a vedere i generi non come categorie dicotomiche, ma come a un bellissimo spettro di possibilità.

3. Orientamento sessuale: chi mi attrae

L’orientamento riguarda se e verso quale genere proviamo attrazione emotiva, romantica e/o sessuale. È pertanto una componente dell’identità che ha a che fare con i desideri, le emozioni e le relazioni che una persona può vivere.

  • Chi di solito prova attrazione per persone dello stesso genere viene definito omosessuale (gay o lesbica);
  • chi di solito prova attrazione per persone del genere opposto ha un orientamento eterosessuale;
  • chi invece prova attrazione sia per persone dello stesso genere che almeno di un altro genere ha un orientamento bisessuale;
  • coloro che invece provano attrazione per le persone indipendentemente dal loro genere si definiscono pansessuali.  In questo caso l’attrazione può dipendere più dalla personalità della persona da cui ci si sente attrattə, più che dal suo genere;
  • Dato che il termine pansessuale è un termine relativamente recente, le persone possono riconoscersi anche come queer, polisessuali o in altre espressioni che possono sottolineare la natura non binaria della propria attrazione, includendo la molteplicità dei generi;
  • Una persona può anche sperimentare bassi livelli o totale assenza di attrazione sessuale (che può essere accompagnata o meno da attrazione romantica), rientrando così nello spettro asessuale.

L’orientamento, come tutte le componenti dell’identità sessuale, può evolvere nel tempo; pertanto, è un aspetto che può essere fluido e che, anche se talvolta etichettato attraverso una specifica categoria, più spesso si muove su uno spettro. Nella nostra società, la gente dà di solito per scontato che le persone siano eterosessuali. Questo presupposto si chiama eteronormatività ed è qualcosa che è importante mettere in discussione e contribuire a decostruire per il benessere psicologico e sessuale di tutte le persone.

Anche in questo caso, l’orientamento sessuale è una componente indipendente dalle altre, quindi non riguarda l’identità di genere, nè il comportamento sessuale.

4. Comportamento sessuale: ciò che faccio (o non faccio)

Il comportamento sessuale si riferisce alle azioni e le pratiche sessuali effettivamente messe in atto da una persona, ovvero il modo in cui una persona decide di manifestare i desideri o le relazioni sessuali.

È importante distinguere questo aspetto dalle altre componenti dell’identità sessuale. Infatti, il comportamento sessuale di una persona può:

  • non rispecchiare il suo orientamento sessuale (ad esempio, una persona eterosessuale può in determinati momenti o contesti desiderare relazioni sessuali con persone dello stesso genere);
  • può non rispecchiare i suoi reali desideri (ad esempio, una persona omosessuale può avere relazioni sessuali con persone di genere opposto per motivi culturali o pressioni religiose e/o sociali);
  • può non esserci affatto (come nel caso di alcune persone asessuali o delle coppie bianche).

Sapere e riconoscere che alcune persone possono avere comportamenti sessuali che non coincidono con la propria identità o il proprio orientamento, è importante per evitare assunzioni errate anche in ambito medico, sociale ed educativo.

5. Espressione di genere: come mi presento al mondo

L’espressione di genere è il modo in cui presentiamo il nostro genere, in modo più o meno stereotipicamente “femminile” o “maschile”. Ciascuna persona, infatti, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, può esprimere sé stessa in maniera differente attraverso il corpo, l’abbigliamento, il taglio di capelli, gli atteggiamenti, le specifiche modalità comportamentali e comunicative, o altri elementi culturali e simbolici.

Pertanto, possiamo immaginare anche l’espressione di genere lungo un continuum i cui estremi sono rappresentati dalla massima manifestazione di femminilità e di mascolinità tradizionalmente e stereotipicamente associata al “femminile” e al “maschile”. Questa espressione può essere quindi:

  • Conforme alle aspettative sociali (ad esempio una donna che si trucca e si veste in modo molto “femminile”);
  • Non conforme alle aspettative sociali (ad esempio un uomo che indossa una gonna, una persona che adotta uno stile androgino).

L’espressione di genere è fortemente influenzata dalla cultura e dal contesto storico, pertanto cambia nel tempo (basti pensare al fatto che il rosa era storicamente un colore associato ai maschi!) ed è quindi soggetta a stereotipi. Inoltre, non implica automaticamente un’identità di genere o un orientamento sessuale specifici. Ad esempio, una persona può esprimersi in modo considerato tipicamente “femminile” senza per questo identificarsi necessariamente come donna o essere attratta dagli uomini.

6. Ruoli di genere: ciò che la società si aspetta da me

I ruoli di genere sono le aspettative sociali e culturali che definiscono ciò che è considerato “appropriato” e “naturale” rispetto ai comportamenti, gli interessi, le aspirazioni e i vissuti per uomini e donne in un determinato contesto storico e socio-culturale. Ad esempio, in molte culture si associa il prendersi cura della casa e della prole alle donne mentre la dedizione verso il lavoro agli uomini.

Questi ruoli riguardano, influenzandoli profondamente, il modo in cui le persone si vestono, le professioni che scelgono, il modo in cui si muovono nel mondo e si relazionano agli altri, ma anche il modo in cui pensano, sperimentano ed esprimono i loro vissuti emotivi (es. “gli uomini non piangono”, “le donne sono più sensibili ed empatiche”). Questi ruoli sono appresi fin dall’infanzia attraverso la famiglia, la scuola, i media, la religione, ecc. Non sono “naturali”, ovvero innati e quindi obbligati, ma costruzioni sociali storicamente determinate e modificabili nel tempo (proprio come il concetto stesso di genere).

I ruoli di genere rigidi possono creare malessere e contribuire all’esclusione sociale, in particolare per le persone che non si conformano alle aspettative dominanti. Lɜ bambinɜ dovrebbero essere incoraggiatɜ a decostruire questi stereotipi legati alle etichette sociali di “donna” e “uomo” costruite dalla società, che portano con sé una moltitudine di pressioni, aspettative precostituite e pertanto limiti all’espressione del sé più autentico.

Verso una comprensione complessa ed integrata

E’ evidente come l’identità sessuale non riguardi solo alcune persone: riguarda tuttɜ noi, indipendentemente da quanto ci riconosciamo nei modelli e negli schemi percepiti come normativi. Per questo, è importante che lɜ bambinɜ siano incoraggiatɜ a esplorare chi sono, ma anche a riflettere su come il mondo intorno a loro risponde a ciò che esprimono. Capire questo equilibrio è fondamentale per sviluppare un senso di sicurezza, autenticità e libertà.

17 Maggio - Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia, la transfobia (IDAHOBIT).

Quando accettiamo gli stereotipi come verità assolute, perdiamo la capacità di vedere l’altro nella sua complessità. Come professionisti, genitori, cittadini, abbiamo la responsabilità di promuovere una cultura che riconosca e valorizzi tutte le identità, senza giudizi e semplificazioni.

Solo così possiamo contribuire a costruire una società più giusta, dove ogni persona possa sentirsi libera di essere se stessa, senza paura di essere marginalizzata e invisibilizzata.

Conclusione

Parlare di identità sessuale significa affrontare un tema complesso, articolato e in continua evoluzione. Spesso, nella vita quotidiana e nei media, termini come sesso biologico, genere o orientamento sessuale vengono confusi o utilizzati come sinonimi, ma ciascuno di essi si riferisce a una componente distinta dell’identità di una persona. Comprendere queste sfumature è fondamentale non solo per il rispetto e la valorizzazione delle differenze, ma anche per contrastare stereotipi, discriminazioni e disinformazione.

Parlare di identità sessuale in modo articolato ci aiuta a superare visioni rigide e binarie, aprendoci a una maggiore comprensione della pluralità delle esperienze umane. Nessuna di queste componenti determina o annulla le altre: ogni individuo ha un proprio modo unico di combinare sesso, genere, orientamento, espressione ruoli e comportamenti. Promuovere l’informazione su questi temi significa creare spazi più sicuri, rispettosi e inclusivi per tuttɜ.

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