Fin dalle scuole primarie, ognuno di noi sapeva che il 27 gennaio, a scuola, non si facevano solo “lezioni normali”, ma la giornata era destinata ad attività e riflessioni incentrate sulla Seconda guerra Mondiale e su quello “strano nome”, la Shoah, per celebrare la giornata della memoria.

Man mano che si cresce e che si susseguono i livelli e gli edifici scolastici, il 27 gennaio rimane destinato a qualcosa di diverso, come fosse una parentesi all’interno del quale c’è – più o meno – un copione sempre uguale che si ripropone anno dopo anno. È sicuramente capitato a molti di pensare, dopo anni e anni di scuola in cui sono state proposte riflessioni, visioni di film, letture di estratti o testimonianze legate al genocidio degli Ebrei e alla guerra, che forse ormai tutto questo è superfluo, che sono sempre le stesse cose.
Forse, oggi, dopo più di ottant’anni dall’inizio del genocidio degli Ebrei e della strage di uomini, donne, bambine e bambini innocenti, potrebbe essere utile porsi una domanda: è ancora utile parlarne, portare questi argomenti nelle scuole, scrivere articoli, guardare pellicole, leggere romanzi e saggi a riguardo? E, soprattutto, è utile farlo – solo – il 27 gennaio di ogni anno?
Giornata della memoria: perché parlarne a scuola
Può essere sensato partire da una considerazione: se c’è una cosa che sta davvero tanto a cuore all’umanità fin dagli albori della sua esistenza è la memoria. Fare memoria di qualcosa, conservarne un ricordo; essere oggetto di memoria, essere ricordato da altri, nella storia: tutti questi sono desideri a cui i nostri antenati hanno anelato e che ci hanno trasmesso.
Basti pensare a come i Greci erano preoccupati della loro sopravvivenza eterna nell’immaginario di ogni popolo e di ogni tempo (riuscendoci), o a come faraoni, imperatori, sovrani di ogni tempo e ogni luogo abbiano avuto l’accortezza di farsi ritrarre e descrivere da artisti e scrittori. La memoria è, per un essere mortale, fondamentale. Permette la sopravvivenza e la creazione di modelli da imitare, o da evitare, se necessario.

Ci sono pagine di storia di cui ogni essere umano deve andare fiero, altre di cui dovrebbe non solo non dovrebbe, ma a cui guardare con rabbia e vergogna, con il desiderio che non si torni mai più su quei passi. Ecco, una di queste pagine è proprio quella che contiene la storia della Shoah, della Seconda Guerra Mondiale, di tutto ciò che è accaduto e che ha comportato. E, dunque, per quanto si possa provare repulsione e disprezzo per questo capitolo della nostra storia mondiale, non sarebbe certo utile cancellarlo. Perché, quando qualcosa viene dimenticato, cancellato, messo via, c’è sempre il rischio che possa tornare, magari con sembianza leggermente diverse.
L’efficacia della memoria, se trattata bene, ci permette di riconoscere qualcosa che reputiamo disumano e di aere più strumenti per evitare che attecchisca in modo dannoso e irreversibile. È un po’ come quando si ha un’infezione e si capisce quali medicinali o rimedi utilizzare per stare meglio: quando si ripresenteranno i sintomi, si comprenderà più facilmente a cosa siamo di fronte e si potrà agire in maniera più pronta ed efficace.
Ecco, anche se sono passati decenni, la cosa migliore e più dignitosa che possa accadere è che, ogni anno, venga dato un valore reale alla Giornata della Memoria. E la cosa più sensata è che lo si faccia soprattutto tra i banchi di scuola, che sia primaria, secondaria di primo e secondo grado e persino Università. Certo, questo non vuol dire leggere e rileggere lo stesso copione che si prepara una volta e lo si propina altre cento, senza coinvolgimento.
Gli stessi docenti – di ogni grado dell’istruzione – dovrebbero partire da qui: riconsiderare ogni anno quanto è importante fare memoria, quanto questa possa essere formativa per gli studenti e le studentesse che hanno di fronte e quanto possa fare la differenza. E, di conseguenza, creare e crearsi percorsi e stimoli non da imparare a memoria e rigettare sulle classi, ma da interiorizzare e proporre come spunto, lasciando spazio anche alla consapevolezza dei propri alunni e alunne.

Non sarebbe dignitoso, nel senso che non darebbe la giusta attenzione e il giusto ricordo a quanti sono morti durante quel capitolo così orrendo della storia, guardare un film senza commentarlo, solo perché “bisogna farlo” il 27 gennaio; né sarebbe efficace leggere una pagina di libri meravigliosi come Se questo è un uomo o Il diario di Anna Frank se non ci si soffermasse con ragazze e ragazzi per trarne insegnamenti concreti e attualizzabili, che possano davvero fare in modo che milioni di persone possano vivere al sicuro e lontano da avvenimenti simili.
Informare per formare, ricordare – ossia riportare al cuore e all’attenzione – per lasciare il segno e condurre verso la direzione più giusta, migliore. È questo quello che la scuola, ogni anno, dovrebbe avere a mente quando prepara le attività da proporre durante il Giorno della Memoria. E considerare, sempre e comunque, che si parla di donne e uomini che hanno perso la vita, spogliati di ogni oggetto e dignità e che questo è inaccettabile e deve esserlo per sempre e in ogni circostanza. Solo così si può arrivare a rileggere il passato e imparare davvero e, di conseguenza, guardare diversamente l’attualità e cercare di fare qualcosa di concreto, nel proprio piccolo.
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