“Tre Ciotole”, ispirato all’omonimo racconto di Michela Murgia, è un film che parla di fragilità, trasformazioni e quotidianità ferite, e lo fa attraverso un linguaggio semplice ma potente: quello del cibo.
Lungi dall’essere solo sfondo o cornice narrativa, il cibo diventa il vero filo di Arianna che guida lo spettatore lungo il racconto, strumento attraverso cui si dispiega il vissuto psicologico ed emozionale della protagonista.
Al centro del film c’è la relazione tra Marta e Antonio, una coppia che dopo sette anni insieme si separa in seguito a un litigio apparentemente insignificante. Marta ha sempre avuto un rapporto complesso con il cibo, segnato anche dal suo passato da atleta. Mangia in modo disordinato, oscillando tra episodi bulimici e momenti di inappetenza che sfiorano l’anoressia, un’altalena acuita dalla fine della relazione con Antonio. Due modalità opposte ma complementari per tentare di governare un vuoto interiore: la bulimia come fame incontrollata che cerca di colmare un’assenza, l’anoressia come rifiuto assoluto del desiderio e dell’Altro.

Il desiderio, la malattia e la riconciliazione
Il punto di rottura nella narrazione arriva con la visita medica che le rivela una diagnosi di tumore metastatico. È da quel momento che Marta inizia un lento e doloroso processo di riconciliazione con sé stessa e con il proprio desiderio, un ritorno alla propria presenza nel mondo. La svolta avviene con l’incontro con un collega, un professore che da tempo le dimostra affetto: per la prima volta, Marta si sente “vista”, riconosciuta nella sua vulnerabilità e nel suo bisogno d’amore. È un momento che segna l’inizio di una reintegrazione nel ciclo vitale.
Emblematica, in questo senso, è la scena in cui Marta gusta un gelato con una certa carica erotica: un gesto semplice, ma carico di significato, in cui il cibo non è più oggetto di controllo o di compulsione, ma diventa esperienza del piacere, apertura al desiderio, riconciliazione con il corpo. È un momento di riappropriazione della propria presenza, in cui il nutrimento torna a essere segno di vita, e non più campo di battaglia.
Marta riesce infine a lasciare andare Antonio, che tenta un riavvicinamento, scegliendo invece di invitare a cena il collega professore, colui che l’ha sempre guardata con discrezione e affetto. A lui cucina il piatto forte di Antonio: un gesto semplice ma carico di significato, che segna una perdita ormai elaborata, ma anche una nuova apertura. Il cibo, da campo di battaglia, diventa cura e dono, gesto simbolico che sancisce la reintegrazione nel flusso della vita e la nuova predisposizione all’incontro con l’altro.

Il cibo come memoria e rito collettivo
Marta, purtroppo, non ce la fa. Nella scena finale, la sua famiglia e i suoi amici si ritrovano nella sua casa, e Antonio – che un tempo aveva condiviso con lei la cucina e l’intimità – prepara per tutti la pasta con rucola e limone, il suo piatto forte che Marta stessa aveva preparato per il collega. Il cibo, in quel momento, diventa strumento di consolazione, si socializza, si fa rito collettivo. Non è un caso che in molte culture esista l’istituto del “consolo”: un pasto che accompagna il lutto, che riunisce i vivi attorno all’assenza, che ricompone simbolicamente ciò che la morte ha spezzato.
In questa chiave, il gesto di cucinare e mangiare insieme assume un valore profondamente rituale, un modo per reintegrare la comunità nel flusso della vita, proprio quando la presenza di Marta si è dissolta.

Attraverso la lente del cibo -in conclusione- ci confrontiamo con la complessità del corpo e delle emozioni, con la fragilità che ci abita e con la possibilità — anche nel dolore — di ritrovare un senso, un gesto, un sapore che ci riconnetta alla vita.
