Cosa spinge alcune persone a cercare quasi ossessivamente la sofferenza? Perché alcuni di noi sembrano fatalmente attratti da situazioni spiacevoli, fino a sabotare quelle piacevoli per inseguire, in modo apparentemente inspiegabile, il dolore?
A queste e ad altre domande prova a rispondere Vittorio Lingiardi – psichiatra e professore ordinario di Psicologia Dinamica all’Università La Sapienza di Roma- nel suo ultimo brillante saggio Farsi Male. Variazioni sul masochismo. Un testo in cui l’autore intreccia abilmente un approccio accademico con continui riferimenti all’arte, al cinema e alla letteratura, capaci di illuminare il tema da una prospettiva originale, attraverso un’inedita combinazione di occhio clinico e sensibilità artistica (a cui peraltro l’autore ci aveva già abituato nei suoi precedenti lavori).
Il masochismo nella psicoanalisi
Dopo aver fornito alcune definizioni cliniche di masochismo, la trattazione comincia approfondendo il concetto attraverso la lente della psicoanalisi, e in particolare dei principali autori che si sono occupati del tema. Partendo da Freud, che dopo aver identificato la pulsione di morte come “motore” della psiche alla pari del piacere, arriva alla definizione di masochismo primario (o morale) come espressione di un soggetto che cerca quasi scientemente il sabotaggio, il fallimento, come esito di un Super-Io particolarmente severo e giudicante, che interiorizza un oggetto punitivo e persecutorio.
Alla trattazione freudiana e dei freudiani segue poi quella di autori quali Winnicott e Kohut, che spostano l’attenzione dai meccanismi pulsionali al ruolo del Sé (ferito) o delle relazioni primarie fallimentari come genesi del masochismo.
La coazione a ripetere e il sabotatore interno
La parte centrale del testo si articola poi in due capitoli, centrali nell’economia del saggio. Nel primo dei due l’autore affronta quattro “figure” rappresentative del masochismo descritto nelle pagine precedenti, dinamiche attraverso cui si esplicita la carica masochista che abita le vite di molti. Particolarmente interessanti, a mio avviso, risultano quelle della coazione a ripetere e del sabotatore interno.

La prima, teorizzata da Freud, consiste nel mettere in scena copioni passati legati all’infanzia e, per usare le stesse parole di Lingiardi: rappresenta il tentativo di custodire un’illusione (ripetere il passato per dominarlo) e una speranza (ripetere il passato per riscriverlo) (pag. 96). Il concetto di sabotatore interno viene invece interpretato alla luce degli studi di Fairbairn, esponente della teoria delle relazioni oggettuali:
Diversamente da Freud, Fairbairn parte dal presupposto che non siamo fatti di bisogni istintuali, ma di relazioni. Se l’unica relazione disponibile è con una figura che rifiuta o maltratta, il bambino non può abbandonarla: la introietta, compiendo un’operazione al tempo stesso salvifica e dolorosa. Questa logica ha una sua funzione: meglio controllare ciò che fa male da dentro piuttosto che quello che ci spaventa da fuori.(…) Il sabotatore interno è il frutto di un’identificazione con la figura genitoriale rifiutante, idealizzata come amorosa, ma poi introiettata come assente, distruttrice, giudicante. (pp. 101-102)

Sul nostro masochismo collettivo
Dopo averci guidato attraverso l’arte di farsi male, in pagine di grande finezza in cui l’autore analizza il fenomeno del masochismo così come emerge nella letteratura e nel cinema, il testo si chiude con una riflessione profonda e ad ampio spettro su quello che Lingiardi definisce masochismo collettivo. Ogni giorno assistiamo alla delirante deriva narcisistica di molti leader contemporanei, politici che tuttavia continuano a riscuotere un ampio consenso. L’autore si interroga allora sulle ragioni per cui oggi le “masse” sembrano spinte a identificarsi con questi modelli, anche quando essi appaiono palesemente distruttivi o contrari ai propri interessi.
Una prima causa viene individuata nella crescente mancanza di strumenti simbolici e cognitivi per gestire la complessità del presente: ci troviamo immersi in un mondo mai così articolato, instabile e opaco, e proprio per questo sempre più incline a generare angoscia. Di fronte a tale scenario, la ricerca di semplificazioni drastiche diventa un tentativo di riappropriarsi di un senso di controllo e padronanza della realtà.
Lingiardi rintraccia un processo analogo a quanto denunciava Erich Fromm già nel 1941, nel pieno dell’infuriare del fascismo e del nazismo, nel suo celebre Fuga dalla libertà. Fromm sosteneva che il conformismo sociale e la sottomissione a un ideale, per quanto rigido o autoritario, consentissero all’individuo di sentirsi parte di un contesto esterno più grande e potente: un rifugio capace di offrire sicurezza e appartenenza, proteggendo al contempo dalla fatica del dubbio, della scelta e della responsabilità individuale. Qualche anno prima, era lo stesso Freud a denunciare qualcosa di simile. In Psicologia delle masse e analisi dell’Io, lo psicoanalista austriaco intuì che le masse proiettano sul leader il proprio “ideale dell’Io”:
Trasformando l’deale dell’Io del capo in quello di tutti: una sorta di investimento libidico che lo consacra a garante dell’ordine. Aggrapparsi a un’identità che divide e semplifica, risulta meno minaccioso che perdersi dietro sfumature che sembrano complicare inutilmente le cose. E poi vuoi mettere la soddisfazione di vedere al potere qualcuno che legittima e normalizza, senza troppi moralismi, i vizi umani, le cose che piacciono a te, i soldi, le donne, la libertà dalle regole? (pag. 170)

