Prima di leggere, può essere utile sapere che in quest’articolo sulle piccole rivoluzioni quotidiane è stato utilizzato l’universale femminile per almeno un motivo: poiché si parlerà anche di produzione di abiti, bisogna essere consapevoli che, spesso, il mondo della moda sfrutta preferenzialmente lavoratrici -principalmente di colore- per poter risparmiare sulla loro paga.
Per solidarietà intersezionale, proprio perché siamo tutte parte di un sistema che vorremmo armonico, è stato scelto di scrivere l’articolo mettendo la questione di genere in rilievo. Ciò non toglie che anche chi si determina uomo (o soggettività non egemone) possa mettersi in gioco!

Cosa sono le piccole rivoluzioni quotidiane?
La storia ha costruito una impalcatura semantica immensa dietro alla parola “Rivoluzione“, che sembra così ideale, intangibile, eterea. E allora non si può che essere sorprese quando si realizza la semplicità estrema che c’è dietro a questa impalcatura. Rivoluzione è, innanzitutto, movimento; quello che la Terra fa attorno al Sole e che la rende e ci rende parti di un sistema più grande, più armonico, più bello della semplice somma di elementi separati.

Anche sedute su una sedia si possono fare movimenti che ricordino, nella loro apparente automaticità , quanto essere Uno significhi essere Parte. L’armonia che si crea tendendo il filo di un gomitolo su un uncinetto, o fra due ferri, che ricorda che la rivoluzione è a portata di mano, e sta nella possibilità di prendersi cura di sé, dell’Ambiente, dell’Altro.
In un mondo che va sempre più veloce, con il fast fashion a portata di un click e abiti sempre più identici fra loro; fra taglie che stanno sempre meglio ai durissimi, asettici manichini e sempre peggio ai morbidissimi, bellissimi corpi, i vestiti diventano un modo di sbiadire più che di esprimere la propria personalità .
Allora, l’autoproduzione diventa affermazione di sé e scelta di riappropriarsi del Tempo, ogni giorno rubato dagli impegni frenetici che bisogna prendersi per trovare approvazione nella società . E diventa radicale accettazione della propria unicità , e voglia di creare e non, semplicemente, di produrre. Con un uncinetto in mano, sono io a misurare il tempo; io a creare la mia immagine; io a celebrare la forma speciale del mio corpo permettendogli di occupare lo Spazio che ha di diritto, senza che siano imposti standard astratti alla sua concretezza.

E questo bene fatto a sé stesse è concatenato a quello fatto all’ambiente, con l’impiego di un infinitesimo delle emissioni di anidride carbonica, di chilometri percorsi per il trasporto, dei litri di acqua utilizzati per la produzione del tessuto.
E nell’ottenere questa -minuscola ma significativa!- emancipazione del proprio gusto, si partecipa all’emancipazione di chi crea la ricchezza delle industrie fast fashion: le lavoratrici. Autoprodurre è, infatti, anche opposizione a un sistema che antepone la convenienza economica alla dignità e al benessere di altre vite che hanno lo stesso valore e gli stessi diritti di autodeterminazione della nostra, e che non possono farlo perché costrette a turni di lavoro estenuanti con paghe esigue, trattate alla stregua di appendici di macchine, ridotte a mezzi di produzione.
Per questi, e per altri motivi che ognuno può trovare nel proprio percorso creativo, prendere in mano un uncinetto è rivoluzione, liberazione, cura e amore.
