Il ministero dell’istruzione e del merito: l’importanza di dare un nome
Il ministero dell’istruzione e del merito: l’importanza di dare un nome

Il ministero dell’istruzione e del merito: l’importanza di dare un nome

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Il 21 ottobre 2022, la nuova Premier Giorgia Meloni ha dato pubblica lettura dei nuovi Ministri del governo appena insediatosi. Subito, il dibattito si è incentrato, oltre che sull’identità di Ministri e Ministre, sui nomi dei Ministeri, molti dei quali sono profondamente diversi dagli scorsi governi.

Tra i tanti – ad esempio, Ministero della Sovranità Alimentare; Ministero del Mare; Ministero delle Imprese e del Made in Italy ecc. – è interessante soffermarsi sul nuovo nome del Ministero dell’Istruzione. Questo ha visto alla sua denominazione l’aggiunta “e del Merito”, che si erge così imponente dopo l’Istruzione, ma al contempo così fragile. Di fronte ad un nome del genere, infatti, la reazione della maggior parte degli Italiani è stata: “e che vuol dire?”.

Giorgia Meloni, insieme ai suoi collaboratori e alle sue collaboratrici, ha fin da subito sottolineato che con “merito” si ha l’intenzione di coinvolgere tanto gli studenti e le studentesse, quanto gli insegnanti. Inoltre, la Premier ha anche esposto la sua meraviglia si fronte al dibattito pubblico e alla polemica che riguarda il nuovo titolo del Ministero in questione. Eppure, rimane non molto chiaro il reale significato che il nuovo Governo cerca di dare a questa stringa di parole.

Che cosa vuol dire accostare al Ministero dell’Istruzione il Merito?

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Fonte: Pexels

Partiamo da un presupposto: il vocabolo merito deriva dal latino merere, ossia il fatto di essere degno di lode; al contrario, chi non è meritevole non ne è degno ed è, anzi, soggetto alla punizione. Ecco, sarebbe utile, fin da subito chiarire quale sia l’identità dello studente o studentessa degno di lode, quali sono le sue caratteristiche, qual è il criterio con cui si può stabilire se un alunno o un’alunna è meritevole. Si parla di merito nel rendimento? O, piuttosto, di merito nel comportamento? O, ancora, del merito dato dalla solidarietà espressa verso i propri compagni di classe?

E per quanto riguarda i docenti? Come si stabilisce il merito di questi? È forse più meritevole un insegnante che “spiega” bene e mette “bei voti”? O forse lo è di più chi “non mette 10 perché il 10 non esiste”? O, ancora, è maggiormente degno di lode chi ascolta le esigenze di studenti e studentesse e si impegna per il loro benessere, oltre che per la loro conoscenza?

Ecco, non è molto chiaro cosa si intende per merito, come non lo è il criterio con cui si vuole valutare l’essere meritevole. Di fronte a questa è facile cadere nella soggettività e non riuscire ad adottare un metodo valido in maniera universale. E poi, una volta individuati alunni e alunne più meritevoli, quale sarebbe il fine? Forse quello di abbinarli ad insegnanti più meritevoli, facendo sì che i “meno meritevoli” siano lasciati alla loro sorte insieme ai docenti meno lodevoli?

Certo è che le domande retoriche, per loro natura, hanno risposte sfumate e non ci aiutano a fare chiarezza. E, dunque, proviamo a rispondere.

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Fonte: Pexels

A chi è interno al mondo della scuola, subito salta all’occhio la pericolosità del termine “merito”. La scuola non è la sua burocrazia, non è la sua organizzazione interna, non è una manciata di prof e di giovani rampolli di famiglie abbienti accostati a giovani meno facoltosi. La scuola è fatta di persone, di singole personalità che si trovano a condividere gran parte delle loro giornate in un ambiente unico e, di conseguenza, a intessere relazioni perlopiù di solidarietà e vicinanza (si spera).

Tali individui cercano, giorno dopo giorno, di trasmettere il loro sapere e la loro competenza – nel caso dei docenti – e di apprendere quanto più possibile per crescere sempre più – nel caso dei discenti. Ecco, di fronte a questo quadro, cosa significa parlare di merito a scuola? Certo, se accostiamo il merito – o meglio, il concetto di “meritocrazia” – al classico “nepotismo”, secondo cui va avanti chi “è figlio di” e ha una raccomandazione, subito ci si augura che il criterio con cui studenti e studentesse vengono valutati in classe sia basato su ciò che essi realmente hanno imparato, dunque sul “meritarsi un determinato voto”.

Così come, allo stesso modo, ci si augura che i docenti abbiano “meritato” il loro posto di lavoro (precario per anni, anzi per decenni) dopo una lunga formazione e non perché siano stati portati lì da conoscenze o dalla casualità.

Ma siamo sicuri che avere un voto piuttosto che un altro dipendi dal merito? Ci sono una miriade di varianti che determinano la votazione con cui un docente valuta una singola interrogazione o verifica in classe, così come ci sono una miriade di varianti con cui sarebbe necessario valutare – o meglio, sostenere e indirizzare – studenti e studentesse.

A parere della sottoscritta, giovane docente ancora alle sue prime esperienze, un Ministero dell’Istruzione e del Merito costringerebbe, in qualche modo, a concentrarsi ancora una volta sulle performance di ragazzi e ragazze, sui voti numerici e non sulla loro crescita a tutto tondo. E, a quel punto, sarebbe ancora più complicato considerare l’onestà di un alunno, ad esempio, di fronte ad una prova. Così come verrebbe naturale considerare “migliori” i più svelti e celeri nella loro carriera scolastica, lasciando indietro, per comodità, tutti coloro che sono considerati più lenti secondo i canoni che vengono imposti.

Ed ecco che si creerebbero in fretta “classi ghetto” da una parte e isole paradisiache dall’altra. Ecco che un docente sarà alla ricerca dei migliori per premiarli e dichiararli meritevoli, in modo da essere premiato a sua volta, magari. E invece, la scuola sarebbe così meravigliosa se solo gli insegnanti si concentrassero davvero sulle peculiarità di ogni alunno e alunna, ciascuno dei quali, con i suoi tempi e le sue modalità, ha in sé un potenziale talmente sconfinato da far quasi “paura”.

Insomma, siamo sicuri che essere considerati “meritevoli” debba essere il fine ultimo di insegnanti e alunni? Siamo sicuri che studenti e studentesse possano trarre davvero vantaggio da ciò? Siamo sicuri, poi, che sfornare giovani “lodevoli” sia sinonimo di valore e competenza?

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Certo è che, se il concetto di merito ci spinge a valutare le persone sulla base dei singoli voti numerici da applicare al rendimento senza tener conto di una crescita anche da altri punti di vista non strettamente valutabili, allora tale concetto non farebbe altro che evidenziare le disuguaglianze. Si accentuerebbe la differenza tra chi ha la possibilità, ad esempio, di comprare più materiale, più supporto privato e chi, invece, deve cavarsela con meno mezzi e deve contare maggiormente su quanto la scuola pubblica offre.

Si sottolineerebbe la differenza tra i cosiddetti “normodotati” secondo canoni non meglio identificati e chi è tendenzialmente considerato più debole per svariati motivi, da quelli fisici a quelli intellettivi, da quelli legati alla salute mentale a quelli pratici. Sarebbe, insomma, più semplice e immediato considerare meritevole chi ce la fa più in fretta e con risultati più evidenti, creando così non solo differenze e spaccature profonde, ma anche smarrimento, delusione, frustrazione e, di conseguenza, dispersione scolastica.

In un mondo che, finalmente, sembra essere sempre più consapevole dell’importanza di tutte le sfaccettature di una persona, specie quando adolescente, e della necessità di non giudicare la validità di questa sulla base di tempistiche e numeri, quanto è triste pensare che a scuola ci si debba ancora basare sul meritarsi qualcosa.

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