Univox vuole avvisare i lettori che nel seguente articolo si accennerà anche a disturbi dell’umore, disturbi dell’alimentazione, umore disforico e ideazioni suicidarie. Nel caso in cui non vi troviate in un buon momento con voi stessi, consigliamo di passare oltre e rileggere l’articolo in un momento di maggiore serenità.
Abbiate cura di voi.

Natale e la famiglia
Da bambina il Natale era un periodo meraviglioso: non parlo tanto dei regali che ricevevo, ma soprattutto delle occasioni per stare in famiglia. La Vigilia la passavo con la famiglia materna, il 25 con quella paterna. Abbiamo sempre festeggiato anche il 26, dato che corrispondeva con un onomastico e un compleanno. I preparativi per il Natale partono sempre dalla vigilia dell’Immacolata Concezione, il 7 di dicembre: a Bari molte persone festeggiano la sera, altre celebrano durante il pranzo dell’8.
Poi all’Immacolata si addobba l’albero, anche se è da un po’ di anni che vedo decorazioni varie sui balconi, sulle case, nelle strade e nei negozi sin da novembre. Secondo alcuni studi è sinonimo di socialità e benessere mentale e fisico.
A Natale la parola-chiave era tradizione: le location raramente cambiavano, così come anche i menù. Era un’occasione raramente ripetibile per riscoprire le mie radici, sparse lungo la Puglia. Ricordo con tanta tenerezza i prizziddi, dei dolcetti che portavano i miei parenti di Andria. Sarò sincera: li ho cercati su Internet e non li ho trovati, ma sono sicura al 99,99% che si chiamino così e che siano andriesi. Aspetto i lettori della BAT per ulteriori delucidazioni.
Dalla parte quasi interamente barese, fatta eccezione per mia nonna leccese e i suoi fratelli, la regola era una: crudo di mare. Per i lettori un po’ spaventati, non ho toccato neanche una cozza cruda fino ai 14 anni! Però ogni tanto nonno, barese doc, mi faceva provare le tagliatelle di mare, senza che i miei si accorgessero di nulla: a fare gli anticorpi.
E poi ricordo queste tavolate lunghissime. Tutta questa gente che incontravo una volta l’anno, cugini di cugini, zii di cugini, nonni di cugini, che in qualche modo mi esprimevano affetto lo stesso anche se non mi ricordavo mai i loro nomi. Ricordo il calore, la famiglia, i giochi da tavola, la tombola ferocissima (in 23 natali ho vinto solo una volta, non sto scherzando); il Natale era una serie di rituali e tradizioni su cui poter contare, anno dopo anno.
Probabilmente molti di voi lettori hanno sorriso con dolcezza, ricordandosi il Natale durante la propria infanzia. Che poi, secondo me, è proprio il periodo migliore in cui goderselo. Pensateci: le luci, i colori, i dolci, i regali, Babbo Natale. Ho sempre adorato vedere gli sguardi incantati dei bambini di fronte la magia del periodo natalizio: a Natale perdi qualsiasi dignità tu abbia e ti metti quella barba finta e quel completo rosso addosso, perché sai che c’è il tuo cuginetto o tuo nipote che ha aspettato tutta la sera l’arrivo di Babbo Natale.
Ho capito da un po’ di tempo che la concezione classica del Natale non è per tutti. Non è realmente inclusiva, e non rispecchia davvero come tutti ci sentiamo, sia per ragioni economiche che psicologiche. Durante la mia infanzia non ho avuto modo di comprendere il privilegio nel quale mi trovavo: poter vivere bene il Natale. Avere l’affetto dei cari, i regali che hai agognato per mesi, tante leccornie da mettere sotto i denti… sono tutte cose entrate a pieno titolo nell’immaginario locale del Natale, ma che in realtà rispecchiano una popolazione agiata che può (più o meno) permettersi tutto questo.
Molte persone non possono permettersi di passare serenamente il Natale con la propria famiglia, magari perché non ce l’hanno. Quante volte, nel corso di un anno, sentiamo di famiglie che cacciano figli perché di un orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità o perché transgender? E quante persone, invece, scappano da situazioni violente psicologicamente e/o fisicamente? Quante persone sono in strada durante la notte di Natale?
Possiamo dare una definizione univoca di famiglia? Durante la fase 2 di COVID-19 si è a lungo discusso sulla definizione di “congiunti“. Siamo ancora parecchio legati alla concezione tradizionale di famiglia, per cui è familiare tutto ciò che è anche consaguineo. In realtà, le famiglie negli anni vanno incontro a innumerevoli cambiamenti e lutti (intesi come perdite in senso generale, quindi anche separazioni) che destabilizzano l’equilibrio, già precario anche per via di politiche di welfare riduttive, su cui si fondano.
Per molti il Natale rappresenta questo: la mancanza della famiglia, la sua irrimediabile rottura, l’evidenziazione delle sue crepe. Non mi riferisco (solo) allo zio impiccione che ti chiede “E la laurea? E il fidanzatino? E il lavoro?”, ma soprattutto a rancori e non detti che alla lunga creano spaccature profonde. Tante persone soffrono perché, una volta cresciuti, la famiglia è andata disgregandosi, e così il loro Natale.
Il Natale riporta un po’ a quella dimensione nostalgica, in cui fai i paragoni con chi fa ancora quelle enormi tavolate e tu, magari, le fai più piccole. Non è facile, perché riporta tanti pensieri negativi su ciò che è stato e quello che non può più essere. Non a caso gran parte delle campagne marketing natalizie fanno leva sul Nostalgia Marketing.
Può risultare difficile, è vero, ma non dobbiamo sentirci costretti ad abbracciare la visione tradizionale: possiamo anche essere tristi a Natale, non c’è niente di sbagliato. Ognuno decide come viversi le festività collettive, e soprattutto con chi farlo. La famiglia si sceglie e sceglie noi, ogni giorno: potreste non avere alcun legame di sangue con la vostra famiglia d’elezione, ma comunque sentirvi a casa quando siete in loro compagnia.

Natale e il consumismo
Mancano 4 giorni a Natale, sono sicura che la maggior parte delle persone stia ancora cercando regali da fare ai propri cari. Ecco, essendo una persona che tiene particolarmente alla reazione dell’altro, a me la cosa ha sempre messo molto in crisi. Sia perché i regali più belli costavano sempre più dei soldi che avevo realmente in tasca, sia perché, riducendomi sempre all’ultimo, diventava esiguo anche lo span di tempo entro cui fare dei regali più o meno decenti, che potessero comunicare al destinatario: “Ti ho pensato, non in maniera frettolosa eh, ma intensamente”. E poi magari finivi per fare regali pensati, sudati, veramente azzeccati, e ricevevi un portachiavi di una serie tv che non avevi mai guardato.
Le mille luci, i plurimi sconti, sono tutti un richiamo al consumo sfrenato, spesso neanche giustificato dalla necessità di fare un regalo per qualcun altro. Ad esempio: mi serve un computer nuovo, causa morte improvvisa del mio caro vecchio portatile. Gli sconti maggiori li trovo proprio in questo periodo, probabilmente sin dal Black Friday. Un computer costa, non è comune fare un regalo del genere per tutti: è evidente che gli sconti si riferiscano non solo ad idee regalo, ma anche ad acquisti personali. Non è forse consumismo, mascherato da un po’ di rosso e glitter?
Insomma, non è proprio quella festa fatta di pellegrinaggi, carità e stelle cadenti di cui mi avevano parlato sin da piccola. Dall’adolescenza credo di aver sviluppato la concezione per cui in realtà si tratta di un’espressione chiara del capitalismo imperante, un evento culturale che ci spinge a consumare quante più risorse possibili in ogni possibile termine, pur non avendone poi così tante a disposizione.
Voglio però lanciare una nota di positività: avete presente il detto, “è il pensiero che conta”? In genere chi vi fa dei regali è anche qualcuno che ci conosce, qualcuno che tiene a noi. Certo, il periodo natalizio fa crescere quell’ansia stratosferica per cui devi per forza fare un regalo a Tizio, sia mai che pensi che non gli/le vuoi bene(A tal proposito, per i gruppi grandi consiglio vivamente il Babbo Natale segreto)!
Però, se all’inizio ricevere un portachiavi di quella serie coreana di cui hai a malapena sentito parlare può farti un minimo storcere il naso, la cosa che puoi pensare dopo è che sei stato nei pensieri di una persona per, direi almeno, 30 secondi. Minimo. Magari non c’è stato tanto pensiero dietro, ma proviamo a riflettere anche alla questione economica e temporale: quanti, di questi tempi, possono permettersi dei regali assurdi e soprattutto quanti hanno il tempo adeguato per pensarci, in mezzo al lavoro e alle questioni personali?
Io adoro fare regali apprezzati e so che si perde un sacco di tempo, soprattutto se si vuole optare per delle scelte il più possibile sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale.
Ma poi, puoi fare anche il regalo più bello di sempre, ed essere comunque un amico mediocre. Non è un pensiero una tantum che ci definisce come persone, ma le azioni che scegliamo di mettere in atto giornalmente. Quindi sì, se possiamo prendiamo quello che sappiamo essere il regalo della vita per il nostro caro amico, consapevoli che la cura è un atto che prescinde le festività, ma si manifesta giornalmente e nel bisogno.
La cura è anche qualcosa che si può destinare agli altri diversi da noi: la cosa che più apprezzo del periodo è l’aria di solidarietà che si diffonde per le vie della città. Oltre a varie iniziative di volontariato a cui è possibile prendere parte, si può anche scegliere di fare regali solidali: possiamo fare un regalo ad un anziano in una casa di riposo con il progetto “Nipoti di Babbo Natale” o scegliere di comprare regali sostenibili devoluti ai progetti di Emergency.

Il Natale e la psicopatologia
Ho accennato prima alla “tristezza” del periodo natalizio. Alcuni studi hanno indagato questo fenomeno, giungendo a curiose conclusioni: Randy e Lori Sansone hanno indagato il “Christmas Effect” sulla psicopatologia. Al termine della ricerca è emerso che ci sono due principali pattern psicopatologici: è vero che durante le feste vi è un aumento di umore disforico (ansia, irritabilità, tristezza) e di intossicazioni dovute all’abuso di alcol, ma è anche vero che diminuiscono i ricoveri psichiatrici e i tentativi di suicidio.
Nello studio viene specificato che il periodo natalizio agisce come una sorta di “protezione” diminuendo in generale l’impatto sociale della psicopatologia, risultando però in un aumento subito dopo le vacanze. Quest’ultima considerazione è stata indagata anche da Friedberg.
Una cosa che ho notato recentemente è che il Natale è un boom esagerato di colori e suoni. Non credo sia facile per una persona che vive in condizione di neuroatipicità affrontare le vie del centro città gremite di gente: il sovraccarico dovuto all’alta stimolazione sensoriale crea molto disagio, ad esempio, a chi rientra nello spettro autistico. Così come anche la partecipazione alle recite scolastiche, al coro natalizio, alle messe. Stabilini ha dato dei preziosi consigli su come festeggiare il Natale con l’Autismo.
Per qualcuno questa riflessione potrebbe eleggermi a Grinch dell’anno, ma pensateci: per tantissimi anni come società abbiamo dato per scontato che il Natale andasse vissuto in un unico modo. Questa è esclusività, e non permette a tutti di vivere le feste in maniera positiva.

Pensiamo anche a chi vive con un disturbo dell’alimentazione e si trova costretto a partecipare a lunghe tavolate piene di cibo, per poi magari sentire commenti non richiesti da qualche parente non molto empatico. Di questo specifico argomento, però, ne parleremo nel prossimo articolo, questo venerdì.
Insomma, le feste possono essere molto triggeranti: tornano a galla traumi, situazioni complesse e bisogni non soddisfatti che ritornano nella mente da tanti piccoli, e apparentemente innocui, stimoli ambientali.
Non diamo per scontato come gli altri si debbano sentire, né che sia necessario seguire a menadito la tradizione a discapito del benessere altrui.
Non sei sbagliato se vivi le festività con uno spirito diverso o con persone diverse. Trova il tuo modo di stare bene.
In queste feste prendiamoci un momento per respirare dalla routine quotidiana e darci cura. Per essere gentili con il prossimo e con noi stessi.
Buon Natale a chi lo spirito natalizio lo sente tutto l’anno e anche a chi non lo riesce a percepire mai: che sia occasione di amore e serenità.
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Complimenti…..la descrizione perfetta e la capacita’ di raccontare il Tuo Natale dall’ infanzia in poi, mi ha talmente coinvolto ,che mi sono sentito in famiglia….☺ Tutto il resto, anche la disamina psicologica, l ‘ ho condivisa all’ unisono…
Grazie mille!