Il 20 febbraio si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale, istituita il 26 novembre 2007 con l’obiettivo di ricordare l’importanza che hanno la giustizia e lo sviluppo sociale nel mantenimento e nel riconoscimento della pace e della sicurezza all’interno e tra gli Stati; evidenzia, inoltre, la necessità di mettere in atto azioni volte a ridurre la povertà e promuovere l’uguaglianza.

Giustizia e Sociale: due parole, un concetto ampio
Ricorrere all’etimologia delle parole può essere molto utile quando si trattano temi complessi. Secondo il Dizionario Treccani, la giustizia è “la virtù sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui, attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”; il termine sociale si riferisce a ciò “che riguarda la società umana, che ha attinenza con la vita dell’uomo in quanto partecipe di una comunità nella quale ha, o dovrebbe avere, sostanziale diritto di parità rispetto agli altri membri”.
Dunque, in un Paese la giustizia sociale è presente nella misura in cui esso garantisce accesso in modo equo alla ricchezza e alle opportunità che una società può offrire.
Ma cosa significa equo? Ed è davvero possibile garantire equità nell’accesso alle risorse? Se sì, come farlo?
L’illusione della meritocrazia in tema di giustizia sociale
Nel mondo odierno, il concetto di giustizia sociale è strettamente connesso con quello di merito. Secondo la teoria della credenza in un mondo giusto, le persone hanno la necessità di credere in un mondo equo in cui ricevono ciò che meritano e meritano ciò che ricevono. La credenza che vi sia una relazione tra ciò che le persone meritano e ciò che fanno per ottenerlo è basata sul concetto di giustizia immanente, che implica il credere che se un evento sfortunato colpisce qualcuno, ciò accade per via di qualche trasgressione compiuta e che, quindi, sia sotto la sua responsabilità.
Con la crescita e l’acquisizione di nuove competenze cognitive vi è un declino del concetto di giustizia immanente, ma le credenze relative ad un mondo giusto permangono, almeno in parte, fino all’età adulta.

Il bisogno umano di vivere in un mondo “giusto”
La teoria della credenza in un mondo giusto poggia sul meccanismo umano di governare una realtà caotica e disordinata, dunque nasce dalla necessità di avere un margine di controllo nel mondo, impegnandosi per ottenere ciò che si merita. D’altra parte, in quest’ottica, gli sforzi individuali sono quasi sempre utilizzati per giustificare le disuguaglianze, generando il rischio di trascurare le reali condizioni che possono contribuire al raggiungimento di uno status o di obiettivi desiderati.
Credere che solo chi lavora duramente ha più successo nella vita denota una cieca disattenzione per le condizioni che portano al successo; infatti sono molti i fattori esterni al nostro controllo che possono determinare il raggiungimento o meno degli “standard”. In relazione al concetto di giustizia sociale, dunque, la società dovrebbe comprendere che il merito non è l’unico criterio in base al quale distribuire le opportunità, ma che vi sono altri aspetti da considerare, come ad esempio i bisogni del singolo e le diverse risorse possedute.
Perché il concetto di merito è tanto diffuso?
Il sostegno alla meritocrazia deriva dal desiderio di abbandonare una società arretrata e ingiusta rischia di indurre ad accettare acriticamente che il modello meritocratico possa fondarne giusta, nella quale le diseguaglianze hanno una giustificazione morale: un sistema nel quale i “vincitori”, quelli che emergono e si arricchiscono, lo fanno perché lo meritano, essendo i più talentuosi o diligenti. Questa mentalità è insita nei contesti scolastici in cui si è abituati ad assistere a lodi pubbliche di bambini che raggiungono determinati obiettivi e ai quali bisogna ispirarsi, ma spesso non considera che la logica merito è difficilmente applicabile se la distribuzione della ricchezze e le condizioni di partenza sono diverse tra gli individui.
Questa visione in cui la diseguaglianza ha una giustificazione morale compromette fortemente il tessuto sociale in quanto essa non sparisce e le condizioni di povertà ed emarginazione sono aggravate dal fatto che, vivendo in un mondo in cui emerge chi lo merita, le persone povere hanno piena responsabilità del mancato raggiungimento degli obiettivi.

Il volontariato come strumento di promozione della giustizia
Sviluppare la giustizia sociale è possibile attraverso la rimozione delle barriere che le persone devono superare in relazione al loro genere, all’età, alla razza, all’appartenenza etnica, alla religione, alla cultura, o alla disabilità. Ma sostenere i principi della giustizia sociale significa anche promuovere attivamente l’uguaglianza e il riconoscimento dei diritti: a tal proposito è rilevante il tema dell’accesso alle risorse, per cui non è sufficiente attribuire diritti ai cittadini, ma occorre che questi diritti e le opportunità che ne derivino siano concretamente accessibili.
Nella costruzione di giustizia sociale, dunque, è fondamentale la pratica della partecipazione, tema di cui il volontariato si fa promotore: partecipazione vuol dire garantire uguale accesso di parola a tutti in modo che ogni voce, anche quelle delle categorie più svantaggiare e ai margini della società possano essere ascoltate. I livelli su cui agire per la costruzione di società più eque sono diversi, dalle politiche sociali promosse a livello governativo all’impegno personale di ognuno di noi nella vita di tutti i giorni: a riguardo, l’operare volontario gioca un ruolo fondamentale nel tentativo concreto di ridurre le disuguaglianze e garantire l’accesso alle stesse risorse.

