Qualche giorno fa ho ricevuto da una persona una richiesta un po’ particolare, ossia di buttar giù una sorta di “manuale di sopravvivenza” per la sensibilità (con quali competenze non so, ma sicuramente con la gratitudine di vedermi riconosciuta questa caratteristica). Più volte abbiamo condiviso la fatica ma anche la bellezza di sentire tutto e soprattutto tanto, sperimentando vicendevolmente la meravigliosa sensazione di essere compresi, accolti e validati nella complessità del nostro sentire.
Purtroppo non è sempre così anzi, spesso la sensibilità viene percepita non come una risorsa, ma come un ostacolo, un limite, perché associata alla debolezza. Dunque vi faccio questa domanda: secondo voi, in una società che si nutre di stereotipi, che ci vuole performanti, attivi, forti, indipendenti, resilienti ad ogni costo, c’è ancora spazio per la vulnerabilità e la sensibilità?
Sensibilità: croce e delizia
La sensibilità è un tratto della personalità non presente nella stessa misura in tutti gli individui, alcuni infatti risultano più emotivi ed empatici rispetto ad altri che invece appaiono più distaccati (disclaimer: ciò non corrisponde affatto all’essere insensibili!). Non esiste un “sentire” giusto o sbagliato, ognuno vive e sperimenta le emozioni a proprio modo e attraverso il proprio bagaglio di vita.

Quante volte però è capitato che mi si dicesse che ero esagerata, troppo sensibile, troppo emotiva, troppo debole, che dovevo farmi “scivolare addosso” le situazioni, le azioni e le parole (a tal proposito vi consiglio la nostra lettura sull’invalidazione emotiva). La verità è che non ci sono mai riuscita e ho perso il conto delle occasioni in cui mi sono sentita fuori posto, inadeguata e troppo sensibile. Ora però, grazie alla terapia e alle consapevolezze che ho acquisito nel tempo, ho capito che non sono “troppo… sensibile, emotiva”, ma sono semplicemente “tanto… sensibile, emotiva” e di questa abbondanza mi prendo cura ogni giorno.
Dunque la sensibilità, spesso fraintesa con la debolezza e la mancanza di carattere, è un’affascinante e preziosa sfumatura dell’animo umano che permette di creare profonde connessioni con il mondo circostante. È un po’ come un “radar” che consente di individuare le vibrazioni più sottili, di percepire la realtà con una profondità e una ricchezza diverse, ma non per questo sbagliate ed esagerate.
L’alta sensibilità e le P.A.S.
La sensibilità è stata oggetto di studio della psicologa e psicoterapeuta americana Elaine Aron, che a partire dal 1991 si è occupata nello specifico di ricerca sull’Alta Sensibilità, ossia la Sensory-Processing Sensibility (SPS).
La dottoressa Aron, dai numerosi studi condotti, ha evidenziato che le Persone Altamente Sensibili (PAS) o High Sensivity Person (HSP) condividono degli aspetti genetici e costituiscono oltre il 20% della popolazione. Inevitabilmente la caratteristica genetica è profondamente influenzata da fattori quali l’educazione, la formazione, l’ambiente e il contesto sociale in cui un individuo si trova o è cresciuto.

Le PAS percepiscono stimoli, sensazioni ed emozioni in modo molto intenso, solitamente sono empatiche, riflessive, intuitive e si sentono facilmente overwhelmed proprio per la loro maggiore reattività a situazioni, ambienti, stimoli e relazioni.
È fondamentale sottolineare che l’alta sensibilità non è affatto una condizione patologica, ma semplicemente una maggiore reattività agli stimoli esterni ed interni, dovuta a una maggiore sensibilità dell’elaborazione sensoriale (la Sensory Processing Sensitivity). Infatti le PAS possono facilmente sentirsi sopraffatte dagli stimoli (ad esempio luce forte, rumori, luoghi affollati) ed essere emotivamente esauste, proprio per la capacità di percepire in modo più intenso le emozioni proprie ed altrui.
Secondo la dottoressa Aron le caratteristiche principali delle PAS sono 4, racchiuse nell’acronimo DOES:
- D = depth, profondità; le PAS elaborano ogni elemento dell’esperienza in modo più approfondito;
- O = over-stimulation, sovra-stimolazione; le PAS possono stancarsi più facilmente a causa dell’eccessiva quantità di stimoli interni ed esterni;
- E = emphasis, empatia; le PAS manifestano una maggiore reattività dei neuroni specchio, perciò hanno una reattività emotiva ed empatica maggiore rispetto ad altri;
- S = subtetlies, sensibilità ai dettagli; le PAS riescono a percepire piccoli particolari della realtà circostante (e del proprio mondo interno) che sfuggono ad altri.
E io? Sono una PAS? Per scoprirlo esiste un test, ma è importante sottolineare che non ha valore statistico e non si tratta di un test diagnostico, ma svolge una funzione esclusivamente informativa e orientativa.
Radici neurobiologiche dell’alta sensibilità
Come accennato in precedenza, l’alta sensibilità è un tratto della personalità che dipende da una predisposizione biologica, infatti le PAS hanno un sistema nervoso più sensibile e reattivo, che elabora un maggior numero di informazioni e questo le rende più consapevoli delle sfumature dell’ambiente circostante. Inoltre alcuni studi hanno evidenziato che le PAS possiedono un’amigdala, la regione del cervello associata alle emozioni e con funzione auto-conservativa (ci protegge da eventuali pericoli e reagisce in pochissimo tempo durante specifiche situazioni), più attiva rispetto alla media. Questa maggiore attivazione spiega dunque la loro maggiore reattività emotiva.
La sensibilità è un tratto universale molto complesso ed è il risultato dell’interazione tra fattori biologici e ambientali. Nonostante questo, la sua espressione e il valore attribuitole, varia notevolmente tra le varie culture: ad esempio in Oriente l’empatia e la compassione sono qualità particolarmente apprezzate, mentre in Occidente la sensibilità viene spesso associata alla debolezza, infatti si valorizzano maggiormente l’autonomia e l’indipendenza.
Sfatiamo i miti sulla sensibilità
Arrivati a questo punto dell’articolo, con qualche informazione in più sulla sensibilità e sull’alta sensibilità, proviamo a sfatare qualche falso mito purtroppo ancora radicato nella nostra società:

- Le persone sensibili sono deboli, non hanno carattere: assolutamente no, anzi queste persone vantano di una maggiore consapevolezza emotiva e maggiore attenzione ai dettagli della realtà circostante;
- Le persone sensibili si fanno troppo travolgere dalle emozioni: no, semplicemente hanno una predisposizione biologica che prevende una maggiore reattività del sistema nervoso agli stimoli di diversa natura;
- Le persone sensibili sono troppo fragili per affrontare le sfide della vita: no, le persone sensibili hanno molte risorse che possono risultare fondamentali in certe situazioni. A coloro che dicono “ai miei tempi eravamo più forti e sopportavamo”, vorrei ricordare che i tempi sono cambiati e per fortuna al giorno d’oggi abbiamo molte più consapevolezze che non ci rendono più fragili, ma più maturi e autentici;
- La sensibilità è una caratteristica femminile: in una società permeata da stereotipi di genere, la sensibilità è un tratto della personalità erroneamente associato in prevalenza al genere femminile. Sarebbe indispensabile dunque un’educazione all’affettività a partire dai più piccoli, per capire l’importanza delle emozioni e della sensibilità, indipendentemente dal genere.
Fieri/e di essere sensibili!
Ci tengo molto a sensibilizzare affrontando questo argomento perché troppe volte mi sono sentita incompresa e sbagliata, ma soprattutto perché sono stufa che nella società attuale si ragioni ancora per stereotipi: troppo sensibile rispetto a chi? Troppo emotivo/a rispetto a chi?
Le persone sensibili sono un concentrato di grandissime risorse:

- Hanno grande empatia, sentono intensamente le emozioni altrui;
- Sono profondamente riflessive e percepiscono i dettagli e le sfumature che sfuggono ad altri;
- Spesso sviluppano una connessione profonda con animali e natura;
- Sviluppano una grande creatività perché la sensibilità aiuta l’immaginazione;
- Mostrano un’intensa reazione emotiva di fronte a ingiustizia o sofferenza altrui;
- Hanno una risposta emotiva elevata (es. si commuovono) di fronte a stimoli visivi (paesaggi, scene di vita quotidiana) o esperienze artistiche (musica, libri, film);
- Coltivano una profonda connessione emotiva coi ricordi ed esperienze passate;
- Necessitano di tempo per elaborare le proprie emozioni, quindi apprezzano anche la solitudine per “ricaricarsi” emotivamente.
Come gestire tutta questa sensibilità?
Bene, direte voi, bello tutto, ma come facciamo quindi a vivere serenamente con questa capacità di sentire tanto? Come dico sempre non ho né una ricetta magica, né le competenze per poter stilare una lista di consigli indispensabili. Innanzitutto ci tengo a dire che, se ne sentite il bisogno, potete rivolgervi ad un professionista intraprendendo un eventuale percorso (non è necessario stare davvero “tanto male” per iniziare terapia perché il dolore non ha gerarchie: basta pregiudizi, suvvia). In secondo luogo aggiungo che il miglior modo per vivere serenamente con questa sensibilità è accettarla.

Una volta il mio terapeuta durante una seduta mi fece immaginare una bilancia: da una parte c’era il cambiamento, dall’altra l’accettazione. La Giulia dell’epoca propendeva solo al cambiamento, non c’era uno straccio di accettazione, voleva modificare in tutto e per tutto la sua vita. Allora lui disse “Lo sai che quando inizi ad accettare le cose, da lì tutto inizia a cambiare?”. Mi sembrava paradossale, ma a distanza di più di due anni non posso che confermare le sue parole.
Mi spiego meglio: se non c’è modo di cambiare questo nostro sentire, perché anestetizzare le emozioni e la profondità dei nostri sentimenti? La vita non avrebbe la stessa intensità ed autenticità. Quindi perché non iniziare ad accogliere questa sensibilità come un dono, come uno strumento che ci è stato offerto non per ostacolarci, ma per darci una possibilità in più? Certo, per imparare a maneggiarlo ci vuole un po’, ma rende tutto meraviglioso.

E quando questo sentire ci sovrasta, possiamo utilizzare qualche strategia, ad esempio:
- Praticare mindfulness, yoga, meditazione: possiamo concentrarci così sul momento presente;
- Esplorare la creatività: suonare uno strumento, dipingere, disegnare, costruire, recuperare le nostre più autentiche passioni;
- Connetterci con la natura: passare del tempo all’aria aperta, passeggiando, osservando, respirando, ascoltando;
- Coltivare relazioni autentiche: è importante saper riconoscere le persone che si sintonizzano con noi e con i nostri bisogni;
- Journaling: scrivere e mettere nero su bianco le nostre emozioni è un potente esercizio per legittimarle e per esplorare la propria profondità;
- Stabilire dei confini: è importante che le persone sensibili (ma in generale ognuno di noi) imparino a stabilire dei confini, per non sentirsi sopraffatte, esprimendo così i propri bisogni.
Come stare vicino a una persona sensibile?
La sensibilità è una qualità preziosa, ma può essere difficile da maneggiare, sia per la persona stessa, sia per coloro che le stanno vicino. Pertanto può essere fondamentale utilizzare alcuni accorgimenti che facciano sentire l’altro/a accolto/a e non giudicato/a.
L’empatia e l’ascolto sono sicuramente due ingredienti fondamentali, oltre alla validazione emotiva. Le comunicazione dev’essere accogliente e rispettosa, aperta a punti di vista diversi e a un sentire profondo. È necessario creare uno spazio sicuro privo di giudizio, generalizzazione, invalidazione emotiva e rigidità di pensiero: non tutti/e la pensano come noi.
Immaginate di andare da un vostro conoscente e raccontargli che siete caduti andando bicicletta: spiegate che quei graffi bruciano ancora e avete il gomito dolorante, oltre a un dito della mano un po’ gonfio. Ecco ora immaginate quella persona che vi dice “ma che vuoi che sia, un graffietto.. il gomito dolorante? Mi sa che esageri.. poi quel dito, non è neanche così gonfio, la tua reazione è eccessiva”. Vi arrabbiereste, non è così? Ecco, ora immaginate la stessa identica situazione, ma con le vostre emozioni, i vostri sentimenti, la vostra sensibilità. Fa male, vero?
Dunque, arrivati alla fine di questo lungo articolo (grazie per essere rimasto/a fino a qui), posso affermare con certezza che in questa società che forse non è più tanto avvezza alla sensibilità e alla vulnerabilità, è necessario praticare la nostra piccola grande rivoluzione di accoglienza, rispetto, umiltà e gentilezza.
Nella sensibilità si intrecciano tanti fili: l’amore, la nostalgia, la gratitudine, la consapevolezza della propria finitezza, la paura, la speranza, il dolore, la vulnerabilità e l’autenticità. Abbracciare questa complessità, validando le nostre emozioni e quelle altrui, permette di creare relazioni più significative, a partire da quella noi stessi/e.
Vi lascio con una frase che è salvata nelle note del mio telefono dal 2015 e che ancora mi accompagna “E se vi capita di emozionarvi ancora di fronte a un tramonto o a piangere mentre un fiume di ricordi attraversa la vostra mente, sappiate gioirne perché vuol dire che sapete ancora ascoltare la vita che fluisce, vi attraversa e vi trasforma. In quei momenti siete qualcosa in più”.

Mi raccomando prendetevi cura di voi e della vostra sensibilità, un abbraccio!
Ah, e alla professoressa che un giorno mi disse che ero troppo emotiva e dovevo imparare a gestire le mie emozioni (del tutto funzionali in quella situazione) non posso che augurare buona lettura, si può imparare tanto!

ti ringrazio di cuore, ne avevo bisogno. Grazie per avermi fatto sentire meno sola.
Non mollare mai soprattutto per chi non rispetta i sentimenti altrui, non ne vale la pena.
sei speciale.