De.sidera. La sindrome dell’anatra e la storia di Jessica
De.sidera. La sindrome dell’anatra e la storia di Jessica

De.sidera. La sindrome dell’anatra e la storia di Jessica

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Può sembrare quasi bizzarro – se non simpatico – sentir parlare di “sindrome dell’anatra“. Eppure, dietro tale metafora, vi è un significato davvero profondo e ricco di spunti di riflessione: lo dimostra la testimonianza di Jessica, giovane infermiera romana di 28 anni che oggi ha scelto di raccontarci la sua storia per permetterci di riflettere sul complesso sistema sociale che vortica all’interno del sistema universitario.

sindrome dell'anatra

Nel conteso accademico sono tanti i racconti colmi di soddisfazione ed entusiasmo quante sono le vicende profondamente dolorose, di una sofferenza celata da finte maschere che vogliono raccontare un percorso lineare e crescente.

Cosa si intende per “sindrome dell’anatra”?

Prima di andare a fondo, cosa ci viene in mente quando pensiamo ad un‘anatra? É un animale dolce e simpatico, che ama bagnarsi in frescura. Il suo sfiorare le onde dei laghetti è tanto delicato proprio come il suo procedere per le acque limpide.

Tuttavia, come spesso accade, è solo la punta dell’iceberg ad essere facilmente visibile. In realtà, infatti, le papere tendono a nuotare freneticamente con le loro zampetta palmate: riescono a stare a galla senza problemi, ma per permettere ciò è necessario un grande impegno fisico.

A questo pensiero si riconnette la sindrome dell’anatra: si tratta di un’espressione coniata dall’Università di Standford utilizzata per per descrivere l’alta percentuale di studenti dell’ateneo che, stressati e pieni di impegni, tendono a nascondere la loro ansia e il loro malessere, cercando di dimostrarsi sempre performanti ed entusiasti. 

La sindrome dell’anatra nella società

Secondo tale pensiero, questa sindrome si attribuirebbe non solo ai più giovani, ma anche ad adulti che, abituati sin dalla loro infanzia a dover dimostrare di essere popolari e riconosciuti durante il percorso scolastico, crescono con l’idea di non volersi mai mostrare in difficoltà o poco performanti.

Emotion, face, expression, frustration, panic attack, mental stress, anxiety concept.

Chiaramente si tratta di un’espressione metaforica, dunque la sindrome della papera non è riconosciuta scientificamente e non vi è una diagnosi medica ufficiale per riscontrarla.

Possono esservi dei tratti evocativi, in cui chiaramente risulta evidente una condizione di ansia e stress spesso difficili da gestire.

La sindrome dell’anatra si verifica quando il sovraffaticamento viene represso e non esternato e c’è un alto rischio di andare in burnout.

Dire che se ne soffre significa riconoscere la presenza alcuni sintomi, quali sensazioni di smarrimento, depressione, ansia o qualche altra forma di disagio psico-fisico in reazione a stress estremo.

La condizione della sindrome dell’anatra

Quando ci si identifica con la sindrome dell’anatra, si tende ad essere sopraffatti dal contesto lavorativo e/o accademico al punto da perdere il controllo e la gestione della propria identità.

Si dimentica il valore autentico della felicità e dello stare per essere, perché si è prigioniero dello stare per fare, del performare, solo per dimostrare di essere qualcuno.

Questa sensazione di “stare sopra l’acqua’’ può essere attribuita a qualsiasi persona che può sembrare rilassata e sotto controllo all’esterno ma, sotto sotto, sta lottando per mantenersi al passo delle richieste pressanti del lavoro, della comunità, della famiglia e delle proprie aspirazioni.

La sindrome dell’anatra è per lo più riscontrata tra i giovani che essendo stati i grandi pesci nel laghetto al liceo o all’università – dei talenti, insomma – sono abituati ad essere popolari e performanti e quindi richiedono a sé stessi di essere sempre al top anche nelle fasi della vita successive.

Il potere distruttivo dello stress

Le reazioni allo stress possono essere diverse. Alcune persone tendono ad affrontarlo bene, altre risultano incapaci di gestirlo e si rendono conto che il loro malessere si aggrava, indipendentemente da quello che fanno.

A deflated Rubber Duck by Dutch conceptual artist Florentijn Hofman floats on Hong Kong’s Victoria Harbour, with the island skyline looming at the background, May 14, 2013.

Le reazioni fisiche allo stress estremo nei casi di sindrome dell’anatra sono ugualmente varie. Mentre alcuni riferiscono che lo stress procura mal di testa, disturba il sonno e offusca la loro concentrazione, altri riferiscono di sentirsi tesi o arrabbiati.

Quando lo stress diventa prolungato e grave, questa sensazione opprimente può condurre al burnout, che consiste nella completa mancanza di interesse della persona per le attività che prima lo eccitavano e coinvolgevano. Si diventa, infatti, insensibili a ogni cosa, anche ciò che prima aveva un grande valore personale, e si cercano vie di fuga per sopravvivere.

Le ragazze in ambito universitario e le donne nel mondo del lavoro hanno maggiori probabilità di essere colpite da questa sindrome e si ritiene che ciò sia dovuto, in parte, alle differenze di genere, nonché ai modi in cui le donne sono incoraggiate a rispondere alla pressione che la vita e le aspettative sociali riversano su di loro.

De.sidera è la rubrica del disagio giovanile

Il desiderium (in italiano, “desiderio”) richiama due parole latine: de sidera. La prima è una preposizione di allontanamento, distanza, mentre la seconda richiama evidentemente il mondo astrale. Il desiderio delinea propriamente la distanza dalle stelle: cos’è un desiderio se non proprio una speranza che si vuol raggiungere, volgendo lo sguardo verso il cielo?

Tale distanza richiama proprio quella percepita dal mondo giovanile nei confronti del quotidiano: un allontanamento ancestrale dal mondo che divide e allontana, che fa paura e che non sempre si riesce a comprendere. Noi, però, qualcosa la possiamo fare: prendere atto di tale disagio e intervenire nel nostro piccolo per salvare ciò che inferno non è.

I problemi legati alla salute mentale non riguardano solo gli studenti universitari: gli allievi delle scuole italiane appaiono, infatti, particolarmente stressati, con incidenza superiore rispetto alla media europea. Ce lo conferma il report  OCSE 2022: esso mostra che, in uno studio condotto su 3651 studenti, il 70% di essi si dichiara preoccupato riguardo la propria situazione di studente, rispetto al 56% della media europea. 

La storia Jessica

Jessica ci contatta tramite il nostro profilo Instagram per richiedere di lasciare la propria testimonianza, breve ma intensa. La giovane studentessa ha da sempre un sogno nel cassetto: Hai presente quando al pranzo di Natale i parenti ti chiedono: “Cosa vuoi fare da grande?”. Mai avuto dubbi: io volevo lavorare per salvare vite. Ho sempre avuto una forte propensione per le materie scientifiche e questo ha certamente influito nella scelta del mio percorso accademico.

Jessica continua: Mio nonno è stato un instancabile infermiere di “Medici senza frontiera”, un lavoro estremamente complesso. La pazienza, la premura, la precisione, le attese…hanno sempre fatto parte di lui, ma quando mi raccontava la sua giornata i miei occhi brillavano.

A casa tutti medici o professori, quindi la mia storia era già scritta ancor prima che potessi razionalizzare tutto questo. Alla fine ho scelto Professioni sanitarie – e non Medicina, come sperava mio padre – e ho scelto di proseguire il mio percorso affiancando la passione per la musica e la cucina. Mi sono sempre reputata multitasker, ma niente da fare…alla fine il momento di down è arrivato anche per me.

de.sidera

Ero a tre esami dalla laurea, in pieno Covid 19. Non erano esami che temevo particolarmente, ma in quel periodo arrivò una notizia davvero difficile: venne a mancare mio nonno inaspettatamente. Con lui è andata via tutta la forza che avevo accumulato negli anni, ma anche la speranza di poter coronare questo traguardo al suo fianco.

Passarono mesi, i miei hanno sempre avuto un’indole forte e determinata e si aspettavano che questa capitasse altrettanto a me. Non è così e la terapia mi aiutato ad accettarlo. Essere fragile, intendo.

I termini per la domanda di laurea, però, si riducevano sempre di più e con essi la pazienza dei miei. Ad oggi il mio fingere di affrontare tutto con immensa serenità credo derivasse dalla semplice voglia di non essere compatita o considerata debole. In realtà, morivo dentro.

Avevo la mania dell’ordine: tutto doveva essere al suo posto, perché invece dentro di me niente lo era. Vigeva un perfetto caos e non mi è mai venuta nessuna voglia di riordinarlo. Volevo per una volta accettare di essere qualcosa di diverso da come mi mostravo, solo per non deludere i miei genitori e le ricche aspettative che tutti avevano di me.

Jessica ci racconta che, dopo la laurea in Infermieristica, si è trasferita a Cesena e ora lavora lì: Ho realizzato il mio sogno, ma ho ancora i brividi se penso al tremore delle dita mentre mi guardavo allo specchio sorridendo. Ero in me senza me.

“Quiet quitting”: alla prossima puntata

Introdurre la sindrome dell’anatra è stata un’importante opportunità, cui seguirà senz’altro il dibattuto sul quiet quitting, che affronteremo nella nostra rubrica De.sidera al fianco di un professionista nei prossimi articoli.

Se vuoi raccontarci la tua storia o desideri offrire la tua formazione per affrontare una tematica specifica di questo piccolo grande universo, contattaci all’indirizzo email progetto.univox@gmail.com, ma non dimenticarti di iscriverti alla nostra newsletter: ogni domenica ti aggiorneremo dei nostri articoli e di tutte le nostre prossime iniziative.

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