De.sidera. I NEET italiani nel 2023
De.sidera. I NEET italiani nel 2023

De.sidera. I NEET italiani nel 2023

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Oggi, per la rubrica De.sidera sul disagio giovanile, parleremo delle sfide che le nuove generazioni fronteggiano in un mercato del lavoro sempre più fluido, il quale spesso non riesce a comunicare adeguatamente con le principali istituzioni formative.

Chi sono i NEET nel panorama europeo e italiano

Il termine “NEET” (Not in Employment, Education or Training) definisce tutte le persone tra i 15 e i 34 anni di età che non sono impegnate in alcun percorso lavorativo, educativo o formativo.

Il termine è stato introdotto nel 1999 ed ha l’obiettivo di individuare una quota di popolazione: è, cioè, un indicatore che identifica delle persone che hanno determinate caratteristiche all’interno di una determinata area. È uno degli indicatori che viene usato dall’ISTAT nelle ricerche annuali sulla popolazione italiana; sempre in statistica, i NEET vengono anche definiti “persone inattive”.

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Partiamo dai numeri: attualmente, in Europa il numero di NEET si abbassa in maniera graduale ogni anno (fatta eccezione per alcuni paesi). Dalle analisi Eurostat 2023 per l’anno 2022 risulta che la media europea di NEET sia dell’11,7%: più di un giovane europeo su 10.

In questo scenario l’Italia occupa le ultime posizioni, con il 17,7% di giovani NEET sul totale della popolazione nel target (la fascia d’età). Le regioni del sud hanno le % negative più importanti, dimostrando ancora l’emergenza sociale e la necessità di interventi specifici per queste aree.

Diversi paesi risultano essere sotto il cut-off (cioè il valore limite) del 10% da raggiungere entro il 2030, ma è evidente che sia necessario un lavoro collettivo importante per arrivare all’obiettivo.

Un dato interessante è quello del genere: in quasi tutti i paesi le giovani donne sono in % più alta, quindi risultano esserci più donne NEET rispetto ai coetanei maschi. In Italia le donne si laureano più degli uomini; con l’aumentare del grado d’istruzione aumentano anche le probabilità di trovare lavoro (sebbene questo sia un dato in calo, nel 2022) ma nonostante questo le donne risultano essere meno occupate degli uomini.

Come abbiamo potuto vedere, il range d’età è vasto, parte dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta. Varie sono anche le questioni legate alla discriminazione e ai ruoli attribuiti al genere: vien da sé che non sia possibile definire una causa univoca per questa “condizione” sociale, ma che ne siano presenti multiple e che vadano ricercate nello strato socioculturale e territoriale di riferimento.

Abbandono scolastico e accesso al lavoro

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Com’è possibile notare dal target dei NEET, parte della popolazione è minorenne: infatti, secondo la legge del 27 dicembre 2006, n.296, articolo 1, comma 622: “L’istruzione impartita per almeno dieci anni è obbligatoria ed è finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno d’età “. Nei vari tipi di contratto di lavoro, come quello di apprendistato, viene infatti presa in considerazione la casistica della persona con licenza di terza media.

Aggiungiamo un altro acronimo: ELET, Early Leavers From Education. Secondo il n.9 dei Quaderni di Fondazione di Italia Sociale, in Italia il 12,7% dei giovani rientra in questa categoria. Solo 1 su 3 ELET trova lavoro a seguito dell’abbandono scolastico, per cui il resto rientra nella macro categoria dei NEET.

L’abbandono scolastico rappresenta un problema di gravità importante per tutta una serie di questioni: l’impoverimento della quantità e qualità di competenze base e la possibilità di contratti adeguati che garantiscano una qualità di vita soddisfacente, spesso determinati da condizioni sociali di partenza svantaggiate. Esistono contesti sociali nei quali si è costretti a scegliere un’occupazione subito, per il sostentamento personale (e familiare), e vengono messe da parte possibilità di sviluppo future.

Nonostante ciò, anche finire gli studi non nrappresenta sempre una garanzia: secondo Open Polis, anche a causa dell’emergenza pandemica, sono aumentati gli abbandoni impliciti. Per “abbandoni impliciti” si intendono tutti quei percorsi, conclusi con una certificazione riconosciuta, che però non hanno avuto come esito l’acquisizione di competenze adeguate al livello d’istruzione raggiunto.

Nel lavoro si parla sempre più di skill mismatch, quindi di un effettivo divario tra le competenze richieste dal mercato e tra quelle in possesso dei candidati. Se da un lato ogni ruolo lavorativo ha un certo margine di sviluppo, dall’altro viviamo un’epoca in cui la fluidità del mercato non permette una stagnazione di competenze, le quali devono essere costantemente allenate.

Questo può essere dovuto anche alla mancanza di un reale sistema di orientamento nazionale che impedisca, sin dalle medie, di scegliere in maniera consapevole e serena un indirizzo di studi e poi un’area di specializzazione lavorativa.

Da questo punto di vista, anche le università peccano, con servizi di Job Placement e Career Counseling poco conosciuti tra gli studenti.

Inoltre, a partire dalle crisi economiche di inizio millennio sino alla situazione pandemica, si è assistito alla diffusione endemica della precarietà lavorativa.

Proprio nel post-pandemia si è sempre più assistito al Quiet Quitting, di cui abbiamo parlato in questo articolo della rubrica De.sidera:

In un quadro di sfiducia del genere non sorprende l’immobilità di migliaia di giovani che non riescono a vedere un futuro dignitoso. Non è pigrizia, ma impossibilità di progettare un futuro.

Interventi in atto e progettualità futura

Durante il 2023 è stato attuato il “Bonus NEET” in tutta Italia: questo provvedimento mira a promuovere l’assunzione di NEET garantendo un incentivo a favore dei datori di lavoro pari al 60% della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali.

Da anni assistiamo a provvedimenti nazionali e regionali che mirano ad aumentare l’occupazione: Garanzia Giovani, il programma GOL nell’ambito del PNRR e tutte quelle misure che rientrano nelle politiche attive del lavoro, finalizzate al sostegno dell’occupazione.

Come detto in precedenza, la strada è ancora lunga da percorrere.

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Oltre al sostegno post studi, è necessario ripensare al sistema scolastico e formativo e alle competenze che vengono acquisite in queste fasi.

Come vivono il percorso gli studenti e le studentesse? Sono a conoscenza delle loro competenze e del modo in cui esse possono essere messe in atto in un contesto professionale?

In un mondo scolastico e universitario prettamente teorico, dove teoria, pratica e realtà non riescono a trovare un punto in comune, puntare sul “saper essere” deve essere un obiettivo concreto. Dare la possibilità ai giovani di definirsi, capire le proprie competenze e il proprio potenziale è fondamentale, poiché darà loro l’idea di essere agenti del proprio cambiamento.

Indubbiamente, lo sforzo deve provenire anche e soprattutto dal mondo del lavoro. Creare condizioni favorevoli perché i giovani talenti sappiano esprimersi parte dalla promozione di una cultura del lavoro che abbia un carattere sempre più comunitario, uno sfondo sociale volto al progresso e al miglioramento delle condizioni di vita di tutti e tutte.

Partire dalla comunità ci permette di sentire il senso di unità e di apprendere in un ambiente sicuro, in cui sentirci validi e promotori del cambiamento.

Impariamo a insegnare questo, ai ragazzi e alle ragazze: quanto sono importanti e preziosi per il futuro.

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