Il tempo dell’attesa: abitare la sospensione
Il tempo dell’attesa: abitare la sospensione

Il tempo dell’attesa: abitare la sospensione

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Ammetto che non ho mai avuto un buon rapporto col tempo e con l’attesa – il che la dice lunga sul fatto che abbia voluto scrivere un articolo proprio su questo -, ma desidero cogliere questa occasione per riflettere con voi sui loro profondi e variegati significati. 

Kronos e Kairos

Nella cultura greca esistevano due parole distinte per indicare il tempo: kronos e kairos. Questi termini non sono sinonimi, infatti suggeriscono due significati completamente diversi.

Il tempo dell'attesa: abitare la sospensione 

Fonte: Freepik

Kronos è il tempo in termini quantitativi,  il tempo che scorre e che è misurabile in secondi, ore, giorni, anni. È dunque il tempo delle scadenze, dei ritardi, dei calendari, della produttività, della finitezza. Nella nostra società, che corre ormai senza sosta, Kronos ci relega nella continua sensazione di inseguire qualcosa che puntualmente sfugge.

Kairos invece è il tempo qualitativo, il tempo opportuno, il tempo che non si misura, ma si riconosce e legittima. È il momento giusto in cui qualcosa accade perché le condizioni lo permettono ed è profondamente trasformativo. È un tempo che apre alle possibilità, che va colto con presenza, profondità e coraggio.

In un mondo dove kronos predomina e sottomette, kairos è un invito a non confondere la velocità con la vita, a riconoscere che alcuni processi richiedono tempo e pazienza e che quel ritmo, a volte, è diverso dal nostro.

Le forme dell’attesa

Torniamo invece adesso al concetto di attesa: iniziamo con lo specificare che il concetto di attesa non è sempre uguale.

C’è un’attesa che consuma, che innervosisce e logora, ma ne esiste anche un’altra che è fertile e generativa di riflessione, trasformazione e costruzione. Distinguerle non è sempre facile, a maggior ragione in una realtà come la nostra che ci insegna che tutto ciò che non è immediato, è una perdita di tempo.

Il tempo dell'attesa: abitare la sospensione 

Fonte: Instagram @disegnettidepressetti

La prima forma di attesa è quella che ci immobilizza, è come una “sospensione passiva” del tempo, che genera dalla paura, dal procrastinare, dal restare fermi, mentre la vita scorre accanto a noi: ci illude di farci “prender tempo”, ma in realtà lo sottrae. È l’attesa del “quando questo finirà“, “quando questa cosa migliorerà” e abbaglia con la speranza dell’arrivo delle condizioni ideali e perfette per agire, che -spoiler- nella vita non ci sono mai.

Poi c’è un altro tipo di attesa, che è invece sinonimo di maturazione, pazienza, preparazione. È l’attesa che permette agli eventi e alle cose di prender forma senza forzare niente, come una ferita che ha bisogno dei propri tempi per guarire. È l’attesa del seme che per germogliare non ha fretta, ma si prende tutto il tempo perché sa che è necessario per compiere adeguatamente il processo.

L’attesa, quindi, non è un valore assoluto: non è né buona né cattiva in sé, ma dipende da come la maneggiamo nella nostra esistenza. L’importante è riconoscere sempre se questa attesa è un tempo sospeso che logora e spegne o se invece è una sosta che ci permette di acquisire più consapevolezza e che giunge non per rallentarci, ma per restituirci un ritmo umano.

All’interno di questo articolo vorrei riflettere con voi sulle diverse forme che può assumere l’attesa nella nostra vita, a seconda delle varie situazioni e dei nostri stati emotivi.

L’attesa come fatica

Il tempo dell'attesa: abitare la sospensione 

Fonte: Freepik

Diciamoci la verità: l’attesa stanca, annoia, affatica. È un tempo in cui tutte le possibilità sono ancora aperte, dalla realizzazione di un desiderio all’avverarsi dello scenario peggiore.

L’attesa ci “obbliga” in uno spazio scomodo in cui non abbiamo il controllo, le risposte mancano e la percezione del tempo si dilata. Diventa quasi un esercizio continuo di sopportazione: la nostra mente cerca appigli perché ha necessità di delineare e di dare un senso a ciò che ancora non esiste con spiegazioni semplici, lineari, sicure. L’attesa chiede di restare nel momento presente mentre la mente è proiettata in un altro tempo, alla ricerca di stabilità e certezza. Ci espone alla vulnerabilità e richiede energia emotiva, tolleranza dell’incertezza e la capacità di aprirsi a ciò che ancora non è.

L’attesa come spazio trasformativo

Appurato che l’attesa è inevitabilmente fatica, vorrei adesso esplorare assieme a voi l’orizzonte delle molteplici altre forme che essa può assumere.

Nessuno di noi ha il potere di mutare la velocità dello scorrere del tempo, ci è però concesso di scegliere come starci dentro. L’attesa diviene dunque un luogo di scelta, in cui, senza giudizio, ciascuno/a di noi può sperimentare varie modalità per abitarvi. Possiamo riempire quel tempo di ansia, paura, rabbia – è legittimo-, ma possiamo poi far spazio anche alla trasformazione, per renderlo fertile al cambiamento e alla novità.

Il tempo dell'attesa: abitare la sospensione 

Fonte: Freepik

Siamo soliti/e rispondere all’attesa con degli antidoti, come per esempio lo scrolling compulsivo e gli impegni tappabuchi. C’è un vero e proprio atteggiamento di rifiuto categorico dell’attesa, in quanto socialmente percepita come “perdita di tempo”, con conseguenti emozioni quali stress, frustrazione e ansia.

In realtà il valore trasformativo dell’attesa è proprio quello di restituire uno sguardo più clemente allo scorrere del tempo, che permetta di attribuire un valore a specifici momenti che viviamo: solo così il tempo abiterà i nostri spazi interiori e diverrà rifugio dalla frenesia del mondo.

L’attesa come arte da reimparare

L’attesa può assumere anche la forma di una vera e propria arte, che dev’essere curata ed accolta. Se ci pensate bene l’attesa ci permette di porci delle domande -a volte anche un po’ scomode- che rinnovano la necessità di scavarci dentro per conoscerci davvero. Essa infatti aiuta a:

  • Fermarci: l’attesa inevitabilmente porta a rallentare -se non proprio a interrompere- qualcosa ed è in questa sosta che possiamo riprender fiato e, finalmente, guardarci dentro;
  • Allenarci: la capacità di aspettare sta pian piano svanendo. Se ci pensate sbuffiamo in fila al semaforo, sbuffiamo quando un download è un po’ più lento del solito, sbuffiamo se il cameriere ci fa attendere prima di fare l’ordine. La pazienza si esaurisce in poco tempo e l’irritabilità cresce. Aspettare diventa dunque un allenamento invisibile, in cui si impara a sostenere la frustrazione, a sviluppare pazienza, a fidarci del processo;
  • Riflettere: con l’attesa la mente è indirizzata a porsi delle domande, per ricercare delle sicurezze. In realtà con i giusti interrogativi possiamo metterci in ascolto di noi stessi/e, con cura e amore: Cosa sta succedendo dentro di me? Cosa desidero? Di cosa ho bisogno? Sono soddisfatto/a? Come mi sento? Che emozioni provo?
  • Rivalutare: ecco, se riuscissimo a rispondere in maniera autentica alle domande precedenti, capiremmo che non è un caso che molte cose importanti nella vita richiedano tempo: relazioni, progetti, cambiamenti interiori (perché se arrivassero subito, non avremmo gli strumenti per riconoscerle e sostenerle);
  • Evolvere: l’attesa è anche un motore perché accende il desiderio e la speranza e può attivare in noi delle risorse per il raggiungimento di un determinato scopo o di una migliore versione di noi stessi/e. Il tempo sospeso inoltre educa all’esercizio del desiderio e all’arte dell’evoluzione e questa è una parte bellissima dell’attesa: mentre siamo tra quello che è e ciò che in potenza sarà, ci trasformiamo, mutiamo e viviamo le molteplici versioni di noi stessi/e.

L’attesa non è tempo perso. È un tempo pieno, prolifico anche se non sembra: bisogna imparare ad abitarlo con autenticità.

L’attesa come viaggio

L’attesa è un po’ come un viaggio, all’inizio sembra lungo, man mano procediamo (non senza difficoltà e intoppi), poi facciamo nuove scoperte e incontri che rendono il tragitto in qualche modo speciale.

Una volta un professore mi disse “A destinazione puoi arrivarci in tanti modi, sicuramente in treno o in aereo fai prima, ma andando invece a piedi o in bicicletta riesci a cogliere tutto quel che c’è intorno a te”. L’attesa ci insegna che nella vita non è importante la velocità con la quale si procede, quanto la profondità con cui compiamo quella strada. E, a volte, è proprio quel tragitto invisibile, fatto di giorni lenti, domande, silenzi, tentativi, che ci aiuta a comprendere lo splendore della nostra singola e irripetibile diversità.

Un’ultima riflessione che ci tengo a fare è sull’etimologia della parola “attesa”: essa deriva dal latino attendere, ossia “tendere verso”, un orientarsi con intenzione e consapevolezza a ciò che ancora non c’è. Questo movimento interiore lo viviamo ogni giorno, in forme diverse: quando aspettiamo l’esito di un esame e il pensiero si tende in avanti, cercando una rassicurazione; quando attendiamo di guarire da un infortunio o da una malattia e il corpo, più della mente, ci chiede pazienza; quando aspettiamo una risposta importante e ogni notifica diventa una piccola scossa.

Sono momenti ordinari, quasi banali, ma portano con sé tutta la complessità del “tendere verso”. Forse è proprio qui che l’attesa rivela il suo senso più umano: anche mentre tutto sembra immobile, dentro di noi qualcosa continua silenziosamente a cambiare.

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2 commenti

  1. Linda

    Questo articolo è molto bello e profondo. Mi viene da pensare che niente accade per caso e che la pazienza maturata dopo eventi imprevisti dona un significato più profondo all’attesa. L’attesa è proprio un tempo di crescita e maturazione… leggendo l’articolo ho ricordato l’attesa più bella, quella delle mie maternità, l’attesa, il “tendere verso”… un articolo davvero azzeccato in questo tempo di Avvento! Grazie Giulia

    1. Fabrizio M.

      Grazie Giulia, questo articolo ha portato anche me a riflettere su una cosa banale, un errore che ho sempre fatto per anni… l’ansia dell’attesa. Con mille domande su come una cosa sarebbe andata, risolta, senza assaporare il momento dell’evento. Adesso, forse l’età, mi ripeto sempre dentro di me una frase di una pubblicità 😉… l’attesa stessa è un piacere. Questo mi aiuta molto quotidianamente.

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