Le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nella nostra vita: hanno infatti una funzione adattiva, ovvero ci permettono di reagire agli eventi che ci capitano e di prendere decisioni in merito in maniera veloce ed efficace. Allora perché la rabbia viene spesso vista come emozione negativa, disfunzionale, e la persona che la esprime giudicata?
Vediamo insieme perché, invece, andrebbe legittimata esattamente come tutte le altre emozioni.
La rabbia come emozione primaria

Si deve a Paul Ekman, uno dei principali studiosi delle emozioni umane, la classificazione della rabbia come emozione primaria, insieme ad altre 5 emozioni (gioia, tristezza, sorpresa, paura e disgusto). Questa teoria sopraggiunse a seguito di numerosi studi che il ricercatore condusse in diverse parti del globo e a contatto con diverse popolazioni, da quelle più occidentalizzate e globalizzate a quelle più nascoste e lontane dalle società più civilizzate, come le tribù indigene e isolate in papua Nuova Guinea. I suoi studi lo portarono a pensare che queste cinque emozioni fossero universali, essendo presenti in tutte le popolazioni analizzate, ed essendo soprattutto “manifestate” con espressioni facciali pressoché identiche.
Questa scoperta lo condusse a concettualizzare l’origine biologica, e quindi evolutiva, delle emozioni, a scapito di una origine più sociale o culturale.
Ekman individuò come espressioni mimiche associate alla rabbia l’aggrottare le sopracciglia, mostrare o digrignare i denti, stringere le labbra e far lampeggiare gli occhi. Anche il corpo è coinvolto, con l’irrigidimento muscolare, una sensazione di calore diffusa, irrequietezza e modifica del tono di voce. Queste modiche, anche a livello anatomico, predispongono alla messa in atto di una risposta comportamentale, di “attacco” o “difesa” da un attacco.
Distinzione tra rabbia, aggressività e violenza
Spesso i tre termini sono tra loro correlati, o usati come sinonimi, ma tra i concetti di rabbia, aggressività e violenza ci sono delle distinzioni importanti da sottolineare.
- Rabbia: come detto precedentemente, la rabbia è un’emozione primaria che segnala una situazione di minaccia o ingiustizia. È correlata a un istinto di sopravvivenza per cui la reazione fisiologica è istintiva e si traduce in “attacco” (rispondo allo stimolo avversivo) o “fuga” (evitamento dello scontro). Può essere diretta verso se stessi, verso gli altri o verso gli oggetti.
- Aggressività: spesso confusa con la violenza, l’aggressività è stata definita da Anderson e Bushman (2002) come “qualsiasi comportamento rivolto verso un altro individuo, messo in atto con l’intento immediato di causare danno, a condizione che l’aggressore creda che il suo comportamento causerà effettivamente danno e che la vittima sia motivata a evitarlo”. Si può quindi affermare che l’aggressività rappresenti un comportamento, e che tale comportamento può essere mosso da diverse motivazioni ed emozioni sottostanti, in maniera intenzionale. Non per forza esprimere rabbia equivale ad esercitare aggressività.
- Violenza: secondo molti psicologi sociali, la violenza viene identificata come un estremo dell’aggressività, una forma quindi particolarmente intensa sempre volta ad arrecare danno all’altro, soprattutto in forma severa (Anderson & Bushman, 2002). Nei comportamenti violenti possono rientrare anche forme di violenza verbale, psicologica, emotiva, a patto che generino esiti molto gravi e duraturi. A chiarirlo bene c’è una definizione dell’OMS (2003), dove per violenza s’intende “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere […] da cui conseguono con alta probabilità lesioni, etc..”.
Ne consegue quindi che non sempre manifestare rabbia equivale a farlo in maniera aggressiva, e che non tutti i comportamenti aggressivi sono da considerarsi violenti.
Effetti dell’inibizione emotiva della rabbia
L’inibizione emotiva non porta alcun beneficio. Numerosi studi hanno infatti dimostrato come una mancata espressione di questa emozione, data la sua funzione adattiva di protezione e risposta a stimoli esterni minacciosi o ingiusti, può comportare l’emersione di ulteriori sintomi di natura psicologica e fisica, come ad esempio:

- Ansia
- Frustrazione
- Marcata irritabilità
- Depressione
- Isolamento sociale
- Bassa autostima
- Comportamenti autolesionistici
- Progressivo impoverimento della qualità della vita
- Difficoltà di memoria o concentrazione
- Stanchezza cronica
Tali sintomi, in una sorta di ciclo auto-perpetuante, diventeranno ulteriori fattori di mantenimento della rabbia stessa.
Perché la rabbia viene “censurata”?

Il meccanismo che sottende alla repressione della rabbia ha origine principalmente sociale, educativa e culturale. Il primo fattore che incide sull’espressione (o l’inibizione) emotiva delle emozioni risiede del contesto familiare: uno stile educativo autoritario o critico nei confronti dell’espressione emotiva può favorire una repressione delle principali amozioni “spiacevoli”, tra cui rabbia, tristezza e impulsività, poiché considerate sconvenienti e pregiudizievoli.
Sin dall’infanzia, il bambino apprende che esprimere tali emozioni equivale a ricevere critiche, giudizi e rifiuto da parte dell’altro, e per questo tenderà a manifestare sempre meno le proprie emozioni, opinioni e bisogni, riducendo la spontaneità a favore di un sempre maggiore controllo di sé.

Oltre all’ambiente familiare, anche quello culturale può veicolare un maggiore controllo emotivo: le norme culturali giocano infatti un ruolo fondamentale nel determinare cosa rende un comportamento accettabile o no, a seconda dei contesti (Hochschild, 1983).
Un altro motivo alla base dell’inibizione emotiva può essere ricondotto alla paura di non essere in grado di affrontare uno scontro con l’altro: arrabbiarsi spesso conduce ad esporsi al confronto, e persone con una bassa autostima o con una comunicazione tendenzialmente passiva si percepiscono come inabili nel fronteggiare il dibattito, optando piuttosto per una via più sicura, quale quella dell’inibizione emotiva.
L’importanza della legittimazione
Sulla base di quanto detto finora, esprimere la rabbia ha enormi vantaggi in termini di legittimazione di sé, dei propri bisogni e dei propri confini. Dare voce alle emozioni significa infatti affermare come ci si sente, richiedere il rispetto altrui, validare il proprio sentire, e questo è fondamentale per permetterci di costruire delle relazioni sane in cui vige il rispetto reciproco, sviluppare un concetto di sé più chiaro e definito, in cui si è consapevoli dei propri bisogni, limiti e confini, e accrescere la sicurezza nella propria affermatività (Malentacchi, Rosin, 2024).
Già Averill (1982) in uno studio sulle possibili funzioni della rabbia, affermò l’esistenza di una forma più “costruttiva” dell’emozione, volta alla modifica del comportamento dell’altro per rafforzare la relazione, affermare la propria libertà e indipendenza o ottenere dall’altro qualcosa di utile.
È necessario sottolineare che, quando parliamo di espressione della rabbia, ci riferiamo a modalità espressive che siano, appunto, assertive e funzionali: non si tratta quindi di legittimare la violenza, che è una modalità disfunzionale e distruttiva di “imporre” un volere, o il proprio potere, ma di validare l’emozione per dare voce ai bisogni sottostanti utilizzando comportamenti consoni adeguati, ad esempio mediante la comunicazione assertiva.
Attraverso l’aiuto di un professionista della salute mentale è possibile sia imparare a esprimere la rabbia, nei casi di inibizione emotiva, sia imparare strumenti che ne permettano un’espressione adeguata e funzionale, nei casi di difficoltà nell’autoregolazione emotiva.
