De.sidera. Picco dei DCA nell’adolescenza: parola a Floriana Martiradonna
De.sidera. Picco dei DCA nell’adolescenza: parola a Floriana Martiradonna

De.sidera. Picco dei DCA nell’adolescenza: parola a Floriana Martiradonna

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Ad ogni anno che passa, diventa sempre più evidente: i disturbi del comportamento alimentare (in sigla “DCA”) sono ormai divenuti un caso di emergenza sempre più importante e non trascurabile, soprattutto se ci si sofferma nella fascia dell’adolescenza.

Oggi abbiamo deciso di dedicare l’articolo della nostra rubrica De.sidera, improntata attivamente sul disagio giovanile, alla riflessione del picco sempre in crescita di casi di pazienti affetti disturbi alimentari, accogliendo la riflessione della biologa nutrizionista Floriana Martiradonna.

Cosa si intende per disturbo del comportamento alimentare?

disturbi del comportamento alimentare (DCA), secondo il DSM-5 (sigla per Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders), sono caratterizzati da “comportamenti collegati con l’alimentazione che compromettono significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”. Sono caratterizzati da un comportamento disfunzionale nei confronti del cibo, da una dispercezione corporea e da una conseguente preoccupazione per il proprio peso e aspetto fisico.

I DCA sono definiti da alcuni professionisti anche disturbi psicogeni, per sottolineare come il disturbo coinvolga l’intera personalità e non solo la condotta alimentare. Lo confermano i recenti dati sull’epidemiologia e le statistiche sui disturbi alimentari in Italia e nel mondo, che evidenziano un incremento del 30% di anoressia e bulimia e un abbassamento dell’età di esordio del disturbo. 

Fonte: Pexels

La principale sintomatologia

I DCA presentano una serie di sintomi fisici e psicologici specifici e ricorrenti. I segnali psicologici dei disturbi alimentari sono moltissimi, tra cui la tendenza all’isolamento e solitudine, l’emozione della rabbia, rimuginio, sbalzi d’umore, comportamenti ossessivi e ritualizzati (come tagliare a piccoli pezzi il cibo o mangiare di nascosto), ansia, depressione, paura costante di perdere il controllo. 

Tra i criteri diagnostici dei disturbi alimentari del DSM-5, inoltre, vengono sottolineati sintomi psicologici in comune con quelli delle dipendenze patologiche, per cui in alcuni casi si parla di dipendenza da cibo. Tra i sintomi fisici dei disturbi alimentari possiamo trovare l’alterazione del metabolismo, i disturbi del sonno, la perdita o l’aumento di peso, l’indebolimento muscolare.

Fattori di rischio: dalle cause alle conseguenze dei DCA

Alcune delle cause legate all’insorgere di disturbi alimentari possono essere individuate in diversi fattori di rischio, soprattutto di natura psicologica, socio-culturale e biologica.

  • alcune delle cause psicologiche: traumi pregressi o abusi, problemi come il bullismo o problematiche familiari, tendenza al perfezionismo e mania del controllo, disturbi depressivi e problemi di bassa autostima, situazioni di forte stress
  • disturbi alimentari e cause socio-culturali: i modelli estetici proposti dalla società possono essere una delle cause della diffusione di un senso di inadeguatezza soprattutto nei giovani.

I disturbi legati all’alimentazione possono avere conseguenze fisiche quali: fragilità di unghie e capelli, pelle secca, problematiche cardiache, edemi a occhi e caviglie, mancanza di concentrazione. In termini psicologici, possono minare le relazioni, causare disturbi depressivi e compromettere marcatamente la qualità di vita di chi ne soffre.

I disturbi alimentari e il COVID-19

Gli effetti della pandemia del Covid-19 sono stati particolarmente pesanti per coloro che soffrono di disturbi alimentari, in particolare per pazienti con anoressia nervosa e bulimia nervosa. Studi hanno evidenziato che durante le prime fasi della pandemia si è verificato un generale peggioramento sintomatologico nei pazienti che soffrono di disturbi alimentari. (Bajos 2021; Sideli, 2021)

Ancora pochi studi invece hanno investigato quali sono gli effetti a lungo termine dell’isolamento sociale e del periodo pandemico su questi pazienti. Anche se i recenti dati che certificano un aumento delle ospedalizzazioni per questi disturbi suggerisce che gli effetti siano più pervasivi e duraturi del previsto. (Mouth and all., 2022)

Fonte: Pexels

Una recente metanalisi (Sidelli et al., 2021) ha evidenziato che durante il periodo di confinamento sociale il 65% dei pazienti affetti da disturbi alimentari ha dichiarato un peggioramento della sintomatologia alimentare correlata.

Durante il primo periodo pademico il 75% dei pazienti con disturbi alimentari ha riportato preoccupazioni per le forme del proprio corpo, preoccupazioni rispetto all’alimentazione e un aumento dei pensieri relativi all’esercizio fisico eccessivo e compulsivo. Nello specifico

  • Il 60% ha riportato un peggioramento nei comportamenti alimentari restrittivi
  • Il 32% ha riportato un aumento delle abbuffate
  • Il 12% ha riportato un aumento di strategie compensatorie (come vomito autoindotto e utilizzo di lassativi etc.)
  • il 16% ha riportato un parziale miglioramento dei sintomi

Parola alla dottoressa Floriana Martiradonna

Abbiamo intervistato la dottoressa Floriana Martiradonna, biologa nutrizionista e collaboratrice della nostra associazione.

In qualità di professionista, come pensi abbia influito la pandemia del Covid-19 nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare in età giovanile?

Penso che purtroppo proprio in ambito giovanile si siano avuti i maggiori effetti “collaterali” di questa pandemia: i ragazzi sono stati i più colpiti dall’isolamento sociale e questo è apparso subito evidente nella svariata sintomatologia che è apparsa soprattutto dopo la prima fase di lockdown del Paese (marzo-maggio 2020).

Gli adolescenti hanno mostrato subito malessere, difficoltà in diverse forme ed entità, e questo l’ho toccato con mano nella mia pratica clinica quando da settembre 2020 ho visto aumentare enormemente i casi di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione.

Questo perché hanno dovuto affrontare l’allontanamento dagli amici, dalla scuola, dallo sport, dalla loro routine di vita, dalla loro comfort zone e questo ha causato una forte destabilizzazione mentale ed emotiva.

Non dimentichiamo che un adolescente è una persona in divenire, fragile, che sta cercando la propria identità e che vede il proprio corpo notevolmente cambiare ed in questo naturale processo di crescita il rapporto coi pari è fondamentale.

La pandemia da Covid-19 ha rappresentato di per sé un potente fattore traumatico per tutti e sappiamo oggi, come riportato ampiamente nella letteratura scientifica, quanto il trauma possa essere un fattore concausale nell’insorgenza dei disturbi alimentari: ha sia slatentizzato dei malesseri prima sommersi, sia riattivato processi mentali e quindi ricadute in altri soggetti.

Quando il nostro cervello vive esperienze traumatiche – soprattutto se in età precoce – e non sa gestire il carico emotivo intenso che ne comporta, attiva un sistema di autodifesa per cui immagazzina l’esperienza in aree non accessibili alla coscienza. È questo in realtà un meccanismo di sopravvivenza.

Fonte: Pexels

Ma il ricordo di questo trauma può nuovamente venir fuori a seguito dell’esposizione ad esperienze che possono creare un collegamento emozionale con il trauma.

Pertanto il disturbo alimentare può rappresentare una risposta, seppur disfunzionale, al trauma, che si può riattivare anche a distanza di tempo dal momento in cui si è verificato l’evento.

Ma il nostro cervello è una macchina meravigliosa ed è davvero in grado di autoripararsi, ad esempio con l’aiuto della psicoterapia, che può aiutare il cervello a gestire nuovi modelli di risposta, alternativi al sintomo disfunzionale.

In particolare esistono dei metodi che lavorano direttamente in maniera specifica su questo aspetto, quindi sulla rielaborazione del trauma, vedi l’EMDR (acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing).

Oggi si parla, in riferimento ai disturbi alimentari, di una vera e proprio epidemia sociale nascosta, di una pandemia nella pandemia, con un aumento (sottostimato) dal 2020 di ben il 30% di nuovi casi: per ogni 100 ragazze/i in età adolescenziale, 10 soffrono di qualche disturbo legato all’alimentazione.

Credi possa esserci una connessione tra il senso di solitudine provato in quei mesi e il cambiamento nel rapporto con il cibo?

Decisamente sì. Partirei infatti dal significato stesso del cibo per l’uomo. L’uomo è l’unico animale per il quale il cibo rappresenta moltiplici significati: nutritivo in primis, ha anche un forte valore emotivo, edonistico, sociale, conviviale, religioso, etc.

Il cibo per l’uomo è denso di carica emotiva. Durante la solitudine provata in questi ultimi anni, il cibo ha rappresentato un rifugio ed un regolatore delle nostre emozioni, altrimenti ingestibili.

In qualche modo abbiamo dovuto gestire questa incapacità di capire cosa stesse succedendo, ci siamo sentiti confusi e soli: un virus ha destabilizzato fortemente le nostre vite, ci ha fatto perdere affetti cari, una cosa così piccola ed invisibile all’occhio che perciò non potevamo controllare.

Ed ecco che il cibo ha rappresentato un modo per invece applicare il controllo, gestire la nostra vita in un momento in cui non potevamo fare molto (e pensiamo a quanto il tema del controllo sia caro alle persone affette da un disturbo alimentare, soprattutto nell’anoressia nervosa).

Pensiamo a quanto sia facile oggi reperire il cibo con pochi click (vedi delivery e la nascita delle tante app di consegna a domicilio): durante il vuoto, il senso di angoscia, smarrimento, impotenza e la solitudine provati durante i lockdown, il cibo facilmente reperibile ha rappresentato una facile modalità di “scarico” del nostro carico emotivo.

Con quale aggettivo descriveresti il rapporto tra mente e corpo nelle ultime generazioni?

La prima parola che mi viene in mente è conflittuale.

Il corpo rappresenta – oserei dire – un campo di battaglia sul quale si dipanano tutti i conflitti interiori fisiologici o patologici che un adolescente vive e che vengono mostrati attraverso il corpo. Un corpo che a volte viene anche insultato, che non viene spesso accettato o che vuol essere nascosto. 

Il corpo rappresenta un modo per gli adolescenti di comunicare qualcosa che non si riesce a dire, anche di chiedere aiuto, attenzione.

Ed in questo credo che la diet culture e la società odierna che pone al centro l’immagine corporea giochino un importante ruolo: la fragilità tipica dell’identità in adoloscenza diventa facile preda del continuo bisogno di essere ammirati, costi quel che costi, che trova libero sfogo nell’utilizzo dei social media. 

Che messaggio possiamo proporre alle famiglie con adolescenti?

Ai genitori con figli affetti da un disturbo alimentare, un messaggio di ragionevole speranza. Dai disturbi alimentari si può guarire, con tanta pazienza e con i tempi necessari.

Fonte: Pexels

Segnali che possono essere indicativi di un disturbo nei nostri figli possono essere un cambio repentino nel peso, senza una motivazione condivisa o condivisibile, ma non basta, perché sospettare la presenza di un disturbo solo perché avviene questo è fuorviante.

Ciò che invece deve destare allarme è l’associazione tra cambi drastici nelle abitudini alimentari e le modificazioni nelle loro consuetudini relazionali, emotive e comunicative quotidiane. Se notiamo cioè un’inedita selettività alimentare, associata ad un’attenzione estrema al peso, ad una chiusura emotiva, al malumore, ad una vita sociale che si riduce, allora sì che bisogna allarmarsi.

Ciò che è importante in questo caso per un genitore è capire che il disturbo non è una condanna e non è un evento irrimediabile, anzi: per quanto potrà sembrare che il DCA ci allontani dai nostri figli, può invece diventare una grande occasione di legame.

Le famiglie rappresentano una importante risorsa nella cura dei disturbi alimentari: nel processo di cura infatti l’alleanza tra paziente, terapisti e nucleo familiare è determinante per una prognosi favorevole.

Un disturbo alimentare colpisce sempre tutta una famiglia e può rappresentare un’occasione per porsi domande, interrogarsi costruttivamente, costruire nuove dinamiche familiari fra i diversi componenti, un’occasione di cambiamento.

Spesso i genitori di pazienti affetti da disturbo alimentare mi chiedono “ma mio figlio/a tornerà come prima?”. La mia risposta è no, ma spiego che questo è un bene, che avverrà una trasformazione, un’evoluzione della persona in cura che evidentemente non stava procedendo bene nella sua crescita.

Ricordiamo sempre che il sintomo del disturbo alimentare ha un significato di salvezza per la persona che è affetta, seppur disfunzionale, in quel momento della sua vita.

In ultimo, mi sento di dire a tutti i genitori di figli adolescenti di porsi in ascolto su cosa i figli ci vogliono dire. A  volte è necessario, più che commentare e dire la nostra, aiutare i figli a capire che anche le difficoltà più grandi possono essere comprese e superate e che non sono soli.

Aiutarli a capire che possono chiedere aiuto a professionisti preparati e pronti ad aiutarli, in una fase così critica quale può essere l’adolescenza.

Floriana Martiradonna
Dot.ssa Floriana Martiradonna, biologa nutrizionista
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